La radicalizzazione della comunità islamica è un fenomeno che, come Italia, non possiamo permetterci il lusso di trascurare. Per troppo tempo l’abbiamo fatto. Ora sappiamo che non è più possibile. Questa è l’ora del coraggio. Da anni Imam e figure di spicco della comunità islamica predicano o sostengono retoriche e narrative islamiche incompatibili con quei principi inalienabili alla base della società occidentale. Da anni un numero di soggetti è impegnato in proselitismo, reclutamento e finanziamento del terrorismo islamico. Da anni l'Italia esporta guerriglieri in teatri di Jihad -la Siria non è che l'ultimo esempio di una lunga lista. Non solo. Da anni, ormai, jihadisti cercano di attaccare il nostro paese, a Milano soprattutto, ma anche a Roma, Bologna e Napoli. La novità dell'ultimo periodo? Giovani stranieri cresciuti in Italia, affiancati anche da qualche cittadino italiano nato e cresciuto nel Bel Paese, che dichiarano guerra a Roma, in nome di una Jihad conosciuta non tanto in moschea, ma bensì in Internet. Nonostante la concretezza di tali minacce, si è assistito ad una certa indifferenza e riluttanza nell'affrontare quei temi legati alla radicalizzazione islamica. Rischiosamente, però, perché le sfide sono tante, soprattutto legate alla dinamicità della nuova minaccia jihadista, sempre più imprevedibile. Tuttavia, quello che preoccupa maggiormente è la mancanza di un dibattito interno, sintomatico di una mancanza di visione, che potrebbe maturare politiche controproducenti. Cosa succederebbe in caso di attacco? Reagiremmo bene o potremmo essere vittime di paura, rabbia, razzismo e diffidenza verso la maggioranza dei musulmani che ama il nostro paese e rigetta radicalizzazione e terrorismo? Parlarne ora costa poco, ma dobbiamo averne il coraggio perché è l'interesse di tutti, italiani e non, musulmani e non. Senza allarmismi, ma ora, prima che sia troppo tardi.
È l’ora del coraggio
di Michele Groppi