Esteri

In un mese 5mila morti Ecco la jihad «scomoda»

Da Kabul a Baghdad 664 attacchi a novembre

Cinquemila vittime in quattordici paesi nel solo mese di novembre: questo è il terrorismo islamico. I terribili e crudi numeri rappresentano quello che si cerca di non vedere. È quello che fa scomodo ed è ciò che non è politicamente corretto diffondere. Però i dati diffusi l’altro giorno negli ambienti dell’intelligence inglese sul nuovo jihadismo, ripresi dal centro studi (The internation centre for the study of radicalisation and politicaly violence) lasciano poco spazio all’immaginazione e al buonismo: solo a novembre la violenza jihadista ha compiuto nel mondo 664 attacchi letali causando la morte di 5.042 persone. Le nazioni più colpite sono l’Iraq (233 attacchi e 1.770 morti), la Nigeria (27 attacchi e 786 morti), l’Afghanistan (152 attacchi con 782 morti) seguite da una lunga fila di altri paesi. In un mese 5.000 morti significa 166 morti al giorno: il bilancio di una guerra. Sono sedici i gruppi jihadisti responsabili del mensile massacro. Poco più del totale delle vittime (51%) sono civili, un’altra grande fetta (42%) sono militari a cui seguono poliziotti e altri. Quale il metodo utilizzato per compiere le carneficina? Soprattutto con le bombe (spesso si tratta di attacchi suicidi) e sparatorie. Le esecuzioni hanno mietuto 426 vittime. «L’arte della guerra» scritto da Sun Tzu dice «Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura». Ora che conosciamo l’ampiezza del fenomeno del terrorismo jihadista dobbiamo incominciare a domandarci cosa potrebbe accadere se anche una piccola parte di questa incredibile potenza di fuoco cambiasse obiettivi e cominciasse a concentrare l’attività terroristica verso l’Europa. L’ambiente in Occidente è diverso da quello dei paesi dove fino ad ora si sono svolti la maggior parte degli attentati: è ostile al terrorismo. Abbiamo visto come in Francia, e più in generale in Europa, le manifestazioni spontanee, quelle di piazza o in rete, organizzate o spontanee, hanno dimostrato come vi sia un rifiuto generalizzato al terrorismo. Per il terrorismo la copertura sociale non c’è più. L’ambiente è radicalmente cambiato, ma anche la potenza di fuoco dei terroristi, come abbiamo visto, si è globalizzato ed è aumentata a dismisura. L’ideologia marxista è stata sostituita da quella religiosa, con una sostanziale differenza: Marx non aveva promesso a nessuno il paradiso se ci si sacrificava per la causa. Invece, e questo è un passaggio importante, l’estremismo religioso islamico, il sacrificio, e quindi l’atto terroristico è uno dei mezzi per raggiungere il paradiso. Ciò che dobbiamo temere, come si dice in termini d’intelligence è la minaccia asimmetrica vale a dire aggressioni verso obiettivi civili che producono un forte impatto psicologico e quindi mediatico. Vittime civili che, in quanto tali, non sono armate né pronte a sostenere un conflitto a fuoco. Però, in quanto tali, e perché inserite in un contesto lavorativo e sociale mediaticamente strategico producono un grande effetto. Vi è un'altra categoria di soggetti pericolosi: le cosiddette “cellule dormienti” addestrate attraverso la rete. Il ruolo dei social media nel reclutamento, “addestramento” e indottrinamento dei potenziali terroristi non deve essere sottovalutato. In alcuni casi la “moschea radicale” è stata sostituita da Internet. La seconda generazione di musulmani, coloro oggi di giovane età che sono nati in un paese dell’Europa, conoscono meglio la lingua del paese in cui sono nati piuttosto che l’arabo. L’indottrinamento a mezzo Internet avviene attraverso «foreign fighter» che come arma usano il computer. Esempi di cyber-jihadisti ne abbiamo già avuti: Arid Uka ha sparato ad un gruppo di soldati americani in transito all’aeroporto di Francoforte uccidendone due. L’antiterrorismo tedesco scoprì che Arid Uka non aveva frequentato ambienti ostili, ma analizzando l’attività online, si accorse che era un esempio di “autoradicalizzazione tramite Internet”.

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