Costretto ai lavori più umili, maltratto e lasciato senza cibo. Della guerra, quella che si vede in tv tutti i giorni, fatta di uccisioni, bombe e sgozzamenti, nemmeno l'ombra. Solo vessazioni e nessuna pratica spirituale. Del paradiso, quello promesso dagli jihadisti a tutti i combattenti che si fossero immolati per la causa in nome di Allah, nessuna traccia. Solo amarezza, delusione e la voglia di tornare a casa. È finita così l'avventura di un 12enne sloveno partito per andare a combattere con l'Isis. Un giovanissimo foreign fighters, che con la scusa di andare a fare un viaggio era riuscito a fuggire dai genitori e a dirigersi in Siria. Nel frattempo, era stato indottrinato e arruolato online dai predicatori jihadisti. La prima tappa, così come da accordi presi con i suoi referenti in Rete, è stata la Turchia. Qui ha trovato un appoggio logistico che gli ha consentito di attraversare il confine e arrivare fino nei territori dello Stato islamico. Di tutto quello che aveva sperato e che gli era stato promesso di trovare una volta raggiunto il Califfato, però, non c'era nulla. «Non ho mai visto neanche un kalashnikov - ha detto al suo ritorno in patria il 12enne - Mi hanno subito messo a pulire i pavimenti e dormire per terra. Il cibo era poco e di soldi neanche l'ombra». Una delusione, scottante. E poi la paura di subire violenze se non avesse ubbidito agli ordini, poi, era tantissima. Il giovane, quindi, si è accorto ben presto di quanto fosse falso e ingannevole il modello di Stato islamico promesso da Abu Bakr al-Baghdadi attraverso la propaganda sui social network, sulla rivista Dabiq e nei video che mostrano le vittime prima di essere sgozzate o i messaggi subliminali pubblicati sui forum jihadisti. Un mondo che il giovane combattente ha frequentato assiduamente per mesi, tanto da arrivare a convertirsi all'Islam e decidere di partire per la guerra. Forse, in cuor suo, qualche volta ha anche accarezzato l'idea di diventare un martire, come quelli che muoiono in battaglia in nome di Allah e poi vengono celebrati dalla follia del radicalismo islamico. Tutto questo, però, si è scontrato con la dura realtà e il 12enne ha capito, ben presto a sue spese, che i terroristi non hanno nulla a che fare con la religione. «Non è vero che si combatte e si premia chi lo fa - ha detto ancora il ragazzino - solo ai capi sono concessi certi privilegi. Le vergini tanto declamate offerte a ogni mujaheddin, ad esempio, non le ho mai viste. E forse ho ricevuto in tutto, per i miei mesi di permanenza tra Aleppo e Raqqa, solo 100 dollari». Ora il 12enne è in patria e sottoposto a cure psichiatriche.
«Io jihadista dodicenne costretto a pulire per terra»
Il racconto di un ragazzino sloveno arruolato online dall'esercito dello Stato islamico e poi tornato, deluso, a casa
