Dopo sette mesi sono ai blocchi di partenza le nuove ricerche sottomarine per recuperare, o almeno rintracciare, i resti del volo MH370. La scomparsa del velivolo dai radar è diventato il mistero per eccellenza dell’anno. Su cui si stanno spendendo milioni di dollari, senza alcun apparente risultato finora. La nave di ricerca “Go Phoenix” è arrivata domenica mattina nell’Oceano Indiano, e ha cominciato le ricerche. Si tratta dell’inizio di un lavoro che potrebbe durare anche un anno, capeggiato dalle autorità australiane. La nave, che sarà affiancata da altre due imbarcazioni, condurrà screening grazie a sonar specializzati nelle ricerche su fondali abissali, nel tentativo di trovare i resti dell’aereo. Intorno all’1:30 dell’8 marzo scorso, i controllori del traffico di Suband, fuori Kuala Lumpur, perdono il contatto con il volo Malaysia Airlines, 370, un Boeing 777-200ER, sopra i cieli tra la Malaysia e il Vietnam. A questo punto il transponder dell’aereo, che rende noti i dati riguardo l’altezza, la velocità e altro ai controllori di voli smette di inviare segnali, e i passeggeri sembrano scomparsi nel nulla senza lasciare traccia. Partono le ricerche. Navi e aerei di quattordici paesi si danno il cambio per tentare di localizzare perlomeno la zona precisa dello schianto, che si presumeva fosse nel triangolo composto dal mar cinese meridionale, il sud del Vietnam e la penisola malesiana. La ricerche si sono allargate e anche la posizione, grazie anche all’analisi dei movimenti dell’aereo. I dati pervenuti dalla strumentazione di bordo, hanno permesso di capire che il mezzo ha puntato, inspiegabilmente, verso sud. Da allora le ricerche si sono concentrate su una zona dell’ampiezza di 2mila chilometri quadrati, nella zona occidentale dell’Australia, la cosiddetta “Seventh arc”. Le ricerche, collegate alle analisi dei dati corrispondenti al “dialogo” tra il satellite e l’aereo, hanno permesso agli investigatori di individuare il punto in cui si presuppone sia avvenuto lo schianto. Nonostante il team di ricerca si sia concentrato a lungo sul Seventh arc, grazie agli “handshake”, segnali elettronici mandati dal transponder dell’aereo, è solo nelle ultime settimane che gli investigatori hanno spostato la loro attenzione in una zona ancora più a sud. Ed è qui che la “GO Phoenix” ha cominciato le ricerche. Dopo settimane di ricerche infruttuose, lo sforzo internazionale per ritrovare l’aereo ha lasciato il posto alle ricerche sottomarine quindi. Alcune speranze si accesero a maggio, quando alcuni segnali radio sembravano essere stati identificati, ma la zona è stata scandagliata senza nessun risultato. Finora, sotto il controllo del governo australiano, una nave olandese, la Fugro, ha scandagliato oltre 11mila km quadrati. Per ora le mappe abissali delle zone interessate dalla ricerca sono veramente scarse, dice Stuart Minchin, capo dell’agenzia “Environmental Geoscience Division of Geoscience”, la struttura che supervisiona la mappatura dei fondali marini. «Avere una perfetta conoscenza di ciò che c’è la sotto eviterà dei danni ai droni quando sarà il momento di utilizzarli», ha detto. «È molto lontano dalla riva, e a una profondità per ora mai provate, si tratta di una sfida veramente senza precedenti».
Boeing scomparso, si cerca ancora nell'Oceano Indiano
Dopo il fallimento delle prime ricerche, questa seconda fase avviene in una sperduta zona a circa 1.800 chilometri a ovest dall'Australia