L’arresto di Jozef Wesolowski, l’ex nunzio apostolico già ridotto allo stato laicale dalla Congregazione per la dottrina della fede, è la logica conseguenza della tolleranza zero sugli abusi sessuali dei sacerdoti voluta dal Papa emerito Benedetto XVI e proseguita da Francesco, che aveva paragonato la pedofilia del clero alle messe nere. «La fase istruttoria del procedimento penale richiede una comprensibile riservatezza» ha spiegato ieri il portavoce vaticano padre Federico Lombardi che tuttavia ha chiarito che i capi di imputazione contestati all’ex arcivescovo «sono attinenti ad abusi sessuali su minori e a possesso di materiale pedopornografico». L’arresto del presule polacco con passaporto vaticano era nell’aria: già a giugno, quando ci fu la sentenza del processo canonico (contro la quale l’ex nunzio ha presentato appello), padre Lombardi chiarì che aveva «usufruito di una relativa libertà di movimento in attesa che la Congregazione per la Dottrina della Fede procedesse a verificare il fondamento delle accuse mosse a suo carico» aggiungendo che sarebbero stati «adottati tutti i provvedimenti adeguati alla gravità del caso». Dunque nessun bluff, nessun tentativo di insabbiamento da parte della S. Sede, come aveva temuto il Comitato Onu contro la tortura che nel maggio scorso aveva sollevato forti critiche proprio alla gestione del caso Wesolowski. Ieri Maria Herzog, membro e rapporteur della Commissione Onu per i diritti del bambino, ha dichiarato di «accogliere con favore e apprezzare enormente i passi presi dal Vaticano, con l'attuazione da parte di Papa Francesco delle osservazioni conclusive della Commissone». Come ha confermato padre Lombardi, l’arresto ai domiciliari, nel Palazzo dei Penitenzieri, è scattato per evitare la fuga o l’inquinamento delle prove: «Il promotore di giustizia (l’avvocato Gian Piero Milano, ndr), compiute le indagini ulteriori che riterrà necessarie e gli interrogatori opportuni dell'imputato, assistito dal suo avvocato, potrà formulare al Tribunale la richiesta di rinvio a giudizio: qualora questa sia accettata, inizierà il processo. Si può prevedere che tutto richiederà alcuni mesi, ad esempio gli ultimi di quest'anno e i primi del prossimo anno, prima del processo. Gli elementi di natura documentale e testimoniale su cui poggiano gli addebiti - ha spiegato ancora - sono pervenuti al promotore di giustizia sia dagli atti del procedimento canonico già attuato presso la Congregazione per la dottrina della Fede, sia dalla documentazione giunta dalla Repubblica Dominicana». Wesolowski è indagato anche a S. Domingo, dove sarebbero stati compiuti gli abusi sessuali su minori, e in Polonia, che in base alla normativa in vigore ha la giurisdizione sui reati commessi da suoi cittadini all’estero. Tuttavia, l’ex nunzio, pur non godendo più dell’immunità diplomatica, ha la cittadinanza vaticana, per questo il giudizio avverrà nello Stato pontificio. Riguardo al processo, padre Lombardi ha precisato che «la legge da applicare non può essere quella in vigore dal 1. settembre 2013, perché i fatti addebitati all’imputato oggi conosciuti sono precedenti all’entrata in vigore di tale legge. Le pene previste dalla legislazione precedente per i reati attualmente contestati possono valutarsi in 6 o 7 anni, ma con la possibilità di variazioni per aggravanti alla luce di circostanze che risultino dalle indagini». L’arresto senza precedenti dell’ex arcivescovo dimostra che Papa Francesco non guarda in faccia a nessuno, si tratti di preti o di vescovi: la piaga della pedofilia, per la quale già Benedetto XVI aveva chiesto perdono, va estirpata dal cuore della Chiesa. Alle dichiarazioni ora seguono i fatti. E chi si è macchiato di tali crimini sa che non potrà più contare su omertà e connivenze.
L’arcivescovo pedofilo rischia almeno 7 anni
Il processo atteso per i primi mesi del 2015
