Esteri

Referendum sull'indipendenza della Scozia, Londra trema

A meno di due settimane dal voto i primi exit poll sembrano suggerire che i voti favorevoli all’indipendenza stiano prendendo largamente piede

Sale la tensione in Gran Bretagna. La voce nei palazzi del potere è che la Regina sia seriamente preoccupata per la sorte del voto sull’indipendenza scozzese, mentre il Principe Carlo pare non abbia detto ancora nulla. La notizia che la coppia reale, il Duca e la Duchessa di York, William e Kate, aspettano un figlio sembra offrire un volano eccezionale al primo ministro David Cameron che così spera di dirottare l’attenzione dei media sull’evento domestico di casa Windsor, per disinnescare quella che sta diventando anche una bomba economica per la City.  A meno di due settimane dal voto i primi exit poll, di loro poco attendibili, come insegna la storia politica italiana, sembrano suggerire che i voti favorevoli all’indipendenza stiano prendendo largamente piede. La domanda sulla scheda, il 18 settembre, una data storica, sarà semplicissima: “vuole che la Scozia sia un paese indipendente”?Un voto favorevole significherà che da quel momento in poi il paese non farà più parte del Regno Unito, che sarà quindi composto dall’Inghilterra, Galles e Nord Irlanda. Da entrambi le parti gli sforzi sono eccezionali. Un’analisi condotta da YouGov per Sunday Times e resa pubblica domenica ha dimostrato come i “sì” siano arrivati al 51% e i no al 49%. L’analisi, condotta su 1084 aventi diritto al voto ha escluso gli indecisi, e YouGov ha dichiarato che “a conti fatti si tratta di parità”. Peter Kellner, il presidente di YouGov, ha precisato che due punti percentuali sono troppo pochi per fare previsioni, ma ha dimostrato che la campagna “Better togheter” ha fallito, in “maniera impressionante”. Quattro settimane fa YouGov dava i “no” al 58% e i “sì” al 42% ha spiegato Kellner.   La campagna dei “si” non ha invaso il territorio come quella dei “no”, ha specificato Kellner, ma si «si è trattato di una vera e propria blitzkrieg», si sono mossi all’ultimo in maniera repentina e fulminea, mettendo in difficoltà gli avversari. I conservatori sono schierati ancora verso l’unione ma gli analisti hanno cominciato a notare una frattura in quello che era, un tempo, un fronte compatto. Il governo scozzese, guidato dallo Scottish National Party, ha dichiarato che ci si trova di fronte a una scelta epocale, “finalmente, il popolo scozzese può decidere se prendere in mano le sorti delle proprie decisioni oppure no”. Alex Salmond, primo ministro scozzese e leader dello SNP, è stato il primo a parlare di indipendenza. Al contrario di David Cameron, primo ministro inglese, che preme perché la Scozia resti unita alla Gran Bretagna, senza divisioni. Cameron ha spiegato che si tratta di una decisione solitaria degli scozzesi, ma ha anche aggiunto che rimanendo insieme «saremmo più forti e sicuri». «Non si tornerà indietro». Ha concluso. Secondo YouGov la campagna “Better togheter” è stata fallimentare, mentre Salmond “ha offerto una visione ottimistica del futuro”. C’è il rischio, quindi, che alcuni votino seguendo un “sogno” piuttosto che la realtà. Non è solo politica, ma è anche economia. Il Pound lunedì è letteralmente affondato, cosa che riflette l’incertezza referendaria. Infatti, molti analisti della city si aspettano un “divorzio burrascoso”. Salmond ha dichiarato di voler che la Scozia continui a usare il pound come moneta corrente, proprio come prima. Ma i tre partiti principali nel Parlamento inglese, i Conservatori di Cameron, i Liberal Democrats e i Labour, hanno tutti dichiarato che non è proprio un’opzione da prendere in considerazione. Il referendum, qualora dovessero vincere i sì, porrebbe fine a una unione durata trecento anni, scaraventando nel mare magnum della politica internazionale una nazione composta di 5.3 milioni di abitanti.

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