I I volti impietriti dei bambini appoggiati alla finestre e trasformati in piccoli scudi umani sono il volto della paura della Russia, che si è risvegliata ieri sotto un attacco concentrico del terrorismo, da Mosca alle propaggini meridionali del Caucaso. Un nemico che - dopo l’ultima strage kamikaze nella capitale - ha preso di mira in queste ore una scuola a Beslan, nella regione autonoma dell’Ossezia del Nord, dove un commando di uomini e donne vestiti di nero e imbottiti di esplosivo tiene in ostaggio da stamattina decine di studenti, insegnanti, genitori. Lo spettro, secondo qualcuno in un intreccio con Al Qaeda, è ancora quello della guerriglia islamico-indipendentista cecena. Anche le richieste dei sequestratori di Beslan - che stando alle ultime voci apparterrebbero al cosiddetto Battaglione dei Martiri di Shamil Basaiev - lasciano poco spazio ai dubbi: liberazione di alcuni guerriglieri e ritiro dalla Cecenia delle forze federali di Mosca, pena un bagno di sangue. Lo scenario è identico a quello della tragedia del teatro Dubrovka, occupato a Mosca con 800 ostaggi da un’altra banda cecena nell’ottobre del 2002. Ma stavolta la soluzione di forza porrebbe al Cremlino un problema in più: la sorte di oltre cento bambini, tenuti sotto tiro da un gruppo che è entrato nella scuola facendosi largo sparando e che ha avvertito di essere pronto a uccidere 50 studenti per ogni perdita che dovesse subire a opera dei tiratori dei reparti speciali. Dalla Cecenia a Beslan c’è un passo. Pochi chilometri che i terroristi hanno percorso a bordo di un camion, armati fino ai denti e con le cinture esplosive ai fianchi. In Ossezia hanno preso in ostaggio una pattuglia della polizia e si sono fatti scortare fino alla scuola numero uno, uno spoglio parallelepipedo grigio che ospita elementari, medie e liceo. Era il primo giorno del nuovo anno, alla scuola numero uno come in tutte le scuole della Russia, oggi, e l’edificio era affollato di studenti, familiari, insegnanti, quando nel cortile è piombato il camion degli uomini e delle donne in nero. C’erano anche alcuni agenti di pattuglia, che sono stati tuttavia sopraffatti a colpi di mitra e di lanciagrante. Il bilancio della sparatoria è rimasto a lungo incerto: poi si è attestato a otto morti (due poliziotti, cinque tra insegnanti e genitori, un terrorista) e quattro feriti. Alla fine si è fatto silenzio. Dentro sono rimasti i sequestratori e decine di ostaggi. Sul loro numero non c’è chiarezza: il quartier generale del gruppo operativo di emergenza costituito sul posto ha reso noto alla fine che nelle mani del commando, in serata, restavano almeno 132 bambini e ragazzi e un totale imprecisato di adulti. Il primo canale della tv russa ha riferito alle 21 che nel complesso i prigionieri sono 400, altre fonti parlano di 250, altre ancora di «molte centinaia». Alcuni ragazzi - una quindicina - sono riusciti a scappare dopo aver trovato rifugio nelle prime fasi dell’assalto in un vano caldaia, da cui poi sono sgattaiolati fuori. Il commando ha indicato come negoziatori i presidenti di Ossezia del Nord e Inguscezia (entrambe repubbliche autonome russe del Caucaso) e il pediatra e filantropo moscovita Leonid Roshal. APPELLO A PUTIN «NON RIPETERE DUBROVKA» Si aggirano per Beslan come ombre, senza trovare un centro di accoglienza, i genitori dei bambini e dei ragazzi prigionieri dell’odio nella scuola numero 1. Pochi hanno voglia di parlare, quelli che lo fanno si lamentano, protestano e cercano di esorcizzare l’incubo: quello di un bis Dubrovka, il teatro di Mosca, dove un altro commando terroristico, nell’ottobre 2002, fece man bassa di ostaggi e dove alla fine le teste di cuoio del gruppo Alfa irruppero con la forza salvando 650 persone, ma provocando la morte di altre 130, avvelenate da un misterioso gas. Un’esperienza da non ripetere, chiedono al presidente Vladimir Putin i familiari degli ostaggi di Beslan, a metà strada tra l’intimazione e la supplica, malgrado il grande consenso al pugno di ferro contro il separatismo ceceno che pervade l’animo della maggioranza dei russi. Un appello contenuto anche in un video, consegnato in queste ore al primo e al terzo canale della tv russa, ma non ancora andato in onda. Le rassicurazioni odierne di Putin non bastano. La richiesta dei parenti è - nè più nè meno - quella di abbandonare la linea della fermezza e di accettare la trattativa. Anzi, di accettare «qualsiasi condizione» i sequestratori pongano pur di salvare i bambini. La solidarietà di chi al Dubrovka perse qualche persona cara in nome della ragion di Stato è stata immediata. I coniugi Tatiana e Serghiei Karpov, combattivi promotori di un’associazione di familiari delle vittime del teatro che in quell’ottobre 2002 videro morire intossicato un figlio di 30 anni, Sasha, si sono fatti avanti per sollecitare il negoziato, anche di fronte alle pretese apparentemente più innegoziabili. Secondo loro, un compromesso «è sempre possibile», e in ogni caso «le vite umane valgono di più». Figurarsi quelle di bambini. Anche i Karpov hanno voluto lanciare un appello a Putin affinchè questa volta faccia prevalere il cuore di padre anzichè la freddezza dell’uomo forte, «dimostri compassione per i bambini di Beslan» e «faccia tutto il possibile perchè non si ripeta la tragedia» del Dubrovka. C’è però chi non ci crede. Chi resta convinto che, allevato nella fucina del vecchio Kgb sovietico, Putin non sarà in grado di liberarsi da una tradizione di rigore che per decenni «non si è curata certo delle perdite di vite umane», semmai vi ha contribuito: Valentina Melnikova, per esempio, guida storica dell’Unione delle madri dei soldati, un’organizzazione che in tutta la Russia, dalla Cecenia alle più remote province di frontiera, si batte da anni in difesa dei diritti dei militari, soprattutto di leva, e contro la guerra. «Sulla sorte dei piccoli di Beslan non sono ottimista», confida Melnikova, atterrita dal pericolo di un nuovo bagno di sangue nonostante le promesse del presidente di voler evitare il blitz e gli spiragli delle ultimissime ore. IN AFGHANISTAN INSEGNAVANO A RAPIRE I BAMBINI Uomini mascherati e armati fanno irruzione in un’aula. Alcuni entrano da una finestra. Altri sfondano la porta. Puntano le armi in faccia ad alcuni bambini e a un insegnate. Tutti vengono fatti sedere in terra. Non è il racconto di un sequestro come quello avvenuto l’altro ieri alla scuola numero 1 di Beslan in Ossezia. È un video per addestramento realizzato dall’Ufficio servizi di Al Qaeda. In Afghanistan dopo la sconfitta dei taleban le forze americane hanno scovato una cineteca dove erano conservati i video dell’addestramento militare dell’organizzazione di Osama Bin Laden. In uno di questi appunto è simula la presa di ostaggi in una scuola. Il video dura in tutto otto minuti. L’«esercitazione» dei mujaheddin che si recavano nei campi di Al Qaeda per imparare le tecniche della guerriglia e del terrore è stato realizzato in una scuola abbandonata a Mir Bach Kot a nord di Kabul (...).
Bambini presi in ostaggio dai kamikaze ceceni
I guerriglieri occupano una scuola in Ossezia: chiedono la fine dell’occupazione russa
