Esteri

Black out sull'aereo Malaysia sparito

Novanta minuti dopo il decollo spenti gli apparati elettrici del Boeing 777. Ridefinita l'area di ricerca.

Novanta minuti dopo il decollo da Kuala Lumpur un black out ha paralizzato il volo MH 370. All’1.25 dell’8 marzo il Boeing 777-200 della Malaysia Airlines ha lanciato un’inaspettata richiesta di «log-on», captata da un satellite in orbita sull’Oceano Indiano. Richiesta, trapela da un rapporto del Transport Safety Bureau, l’ufficio dei trasporti australiano, che «come caratteristiche e tempistica può essere stata provocata da un’interruzione di energia elettrica». In quel momento il volo MH 370 Kuala Lumpur-Pechino, con a bordo 227 passeggeri e 12 membri dell’equipaggio, era già svanito dai radar dell’aviazione civile malese dopo aver spento il trasponder, che ne permette l’identificazione, e il sistema Acars, che trasmette alla Rolls Royce lo stato di funzionamento dei motori ed eventuali anomalie. Ora, 128 giorni dopo la scomparsa del B777, quel black out riaccende la speranza. E infittisce il mistero. Perché del gigante dell’aria non è stata trovata ancora nessuna traccia. Nessun rottame, come sarebbe logico se fosse precipitato in mare come vuole la versione ufficiale. Niente scatola nera, solo falsi segnali captati dai sonar delle quattordici navi spedite a cercare nell’Oceano Indiano. Nessuna pista radar, tranne un «bip» ascoltato dai radar militari sullo Stretto di Malacca, quando il velivolo (è ormai accertato) ha cambiato rotta virando verso sud-ovest. E un altro segnale, alle 8.11, percepito da uno dei satelliti della rete Inmarsat proprio sull’Oceano Indiano.   RIPARTONO LE RICERCHE Se in mare è naufragata la prima fase delle ricerche, che ha visto impegnati 26 paesi a scandagliare i fondali a 1.500 chilometri al largo del porto australiano di Perth, dal mare è ripartita la caccia. Dopo quattro mesi di verifiche sui dati registrati dai satelliti il Consiglio per la sicurezza dei trasporti australiano ha (finalmente) capito che si stava cercando nel posto sbagliato. L’ultimo segnale ascoltato era vicino alle Maldive e alle 6.15 sull’atollo maldiviano di Kuda Huvadoo decine di persone hanno raccontato di aver visto un grande aereo bianco con strisce rosse e blu (compatibile quindi con i colori della Malaysia Airlines) volare basso e fare molto rumore. La polizia ha aperto un’inchiesta a cui è subito stato messo il silenziatore. Perché se il Boeing pilotato dal comandante Ahmad Shah Zaharie e dal primo ufficiale Abdul Hamid avesse seguito questa rotta, molto probabilmente sarebbe atterrato a Diego Garcia, la base militare della Marina degli Stati Uniti alle isole Chagos. Territorio britannico d’Oltremare concesso in affitto agli Usa fino al 2016. Un spicchio di paradiso da cui però decollano i jet carichi di soldati e bombe diretti in Iraq e in Afghanistan. E dove atterrano i voli segreti delle «rendition», le discusse operazioni forzate di estradizione dei terroristi islamici finiti a Guantanamo.   ISOLE SEGRETE E 007 Verso Diego Garcia portano i primi sospetti della polizia malese. Nel villino a Shah Alam, alla periferia di Kuala Lumpur, dove Zaharie viveva con moglie e figli, gli investigatori rinvengono il simulatore di volo che il comandante s’era costruito in salotto assemblando tre computer. L’hard disk rivela che si esercitava ad atterrare, proprio con il B777, sulla pista di Diego Garcia e di altre due in India e nello Sri Lanka. Viene così prima accusato lui, poi il copilota, di aver dirottato il jet. Quindi di essersi suicidati, uccidendo anche i viaggiatori. Le indagini dimostrano che Zaharie è un uomo tutto casa e famiglia, ligio al dovere. Viene scagionato pure Fariq, che tra l’altro stava per sposarsi. Di misteri nella vita dei piloti e dei dieci assistenti di volo non ne vengono trovati. Ma le ricerche partono, dopo un esame dei dati satellitari, il più lontano possibile dalla base americana. Viene reso noto che, dall’analisi dei dati satellitari, il Boeing 777 targato 9M-MRO, potebbe aver percorso, dopo l’ultimo segnale catturato alle 2.14 sullo Stretto di Malacca, un «arco» che va da Kazhakistan all’Australia. Si cerca nell’Asia centrale, visto che a bordo viaggiavano con passaporti rubati (acquistati sul mercato clandestiono thalindese) due iraniani: Pouria Nourmohammadi Mehradad e Delavar Seyedmohammarderza. Nulla li collega al terrorismo. Dall’Afghanistan i Talebani smentiscono: «Magari fossimo in grado di far sparire aerei». I Paesi attraversati dal «corridoio nord» smentiscono di visto sui radar jet volare senza trasponder. Altrimenti avrebbero dovuto obbligare il trasgressore ad atterrare. Meglio lasciar perdere e cercare nel «corridio sud», quello che porta nell’Oceano Indiano. Quattordici navi, una decina di aerei e un drone sottomarino vengono spediti a frugare da quelle parti. Si parla di resti di un relitto, di segnali lanciati dalla scatola nera del jet. Non viene trovato nulla. Nel frattempo, il 24 marzo, il primo ministro malese Mohammad Najib Razak ha dato per precipato in mare il volo MH 370. Adesso proprio dall’Oceano Indiano, forti della rielaborazione dei dati dei satelliti britannici Inmarsat, gli investigatori ripartono a caccia del Boing 777 della Malaysia Airlines. Riesaminando i segnali si è scoperto, come testimonia il rapporto pubblicato nei giorni scorsi dall’Ente dell’aviazione civile malese, che i satelli hanno percorso sette «archi» durante l’orbita sull’oceano. Archi che vanno dalle Maldive alle Cocos Island, più di duemila chilometri lontano dall’Australia e più «vicino» a Diego Garcia, l’isola dei segreti.   GUERRA SIMULATA I testardi investigatori malesi in questi mesi hanno scoperto che il velivolo è stato dirottato attraverso l’intromissione nel sistema di pilotaggio da remoto che i Boeing hanno proprio per intervenire in caso di atti di terrorismo e far atterrare in sicurezza il jet. Risulta infatti inserito il pilota automatico che conduce il B777 su una rotta lineare dopo la virata sullo Stretto di Malacca. E risulta, proprio in quel momento, una telefonata lanciata dal cellulare del copilota. È stato inoltre accertato che quando il jet ha spento il trasponder stava sorvolando il Golfo di Thailandia, dove erano in corso esercitazioni militari a cui partecipavano gli Stati Uniti e diversi paesi asiatici. Senza contare che a bordo c’erano venti ingegneri della Freescale Semiconductor specializzati in guerre elettroniche.   IL PACCO MISTERIOSO Mentre il Ministro della Difesa malese Hussein Hishammuddin continua a ripetere di voler «trovare l’aereo scomparso ma soprattutto la verità», i poliziotti hanno accertato che nella stiva del B777 c’era, tra le merci, un carico di mangoosten, frutti tropicali che maturano a giugno. L’8 marzo, quando il volo MH370 è decollato, non erano neppure sulla pianta. Quindi nel pacco poteva esserci qualcos’altro. Gli 007 russi del Gru (Glavnoye Razvedyvatel’noye Upravleniye), secondo indiscrezioni rimbalzate su alcuni giornali europei, pare avessero segnalato al Ministero della Sicurezza cinese la presenza di un carico «altamente sospetto». Sbarcato il 17 febbraio scorso alle Seychelles da un container trasportato dal cargo Maersk Alabama, era poi decollato, con un volo della Emirates, verso Kuala Lumpur dopo una sosta a Dubai, negli Emirati Arabi. Le due guardie giurate che sorvegliavano il prezioso carico, Mark DanielKennedy e Jeffrey Keith Reynolds, sono state trovate morte in circostanze misteriose il 24 febbraio a bordo della Maersk Alabama. Entrambi lavoravano per Trident Group, società di sicurezza privata che ha scortato materiale atomico e biologico. A seguito della segnalazione russa, la Cina «per sicurezza» voleva far atterrare il volo MH 370 sull’isola di Hainan. Non ci è mai arrivato. Secondo il Gru il volo MH 370 sarebbe stato dirottato a Diego Garcia per dare una sbirciatina al pacco misterioso. Prova ne sarebbe l’arrivo sullo sperduto ma strategico atollo degli esperti medici del Center for Disease Control and Prevention americano e del Centro di Prevenzione delle Malattie del Ministero della Sanità cinese. Di qui il Boeing potrebbe aver volato negli Usa . E il carico pericoloso distrutto il 19 marzo in Nuovo Messico dove effettivamente è stata registrata un’esplosionecon un pennacchio di fumo rilevato persino dai satelliti.

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