Esteri

Il doppio gioco del ministro indiano

Antony ha annunciato che non farà sconti ai nostri marò Ma lui riuscì a salvare i suoi ufficiali accusati di stupro

La faccia tosta del ministro della Difesa indiano A.K. Antony. Ieri l’esponente del governo di New Delhi si è esibito in una sequela di esternazioni sulla vicenda dei due fucilieri di Marina italiani. Il ministro Antony ha negato che vi siano cedimenti del governo riguardo al processo dei marò. «Stiamo andando avanti su questa vicenda in base alle leggi indiane». Ha poi assicurato che «non c’è spazio per compromessi» e non «faremo marcia indietro»: «saranno processati con le leggi del nostro Paese». Dichiarazioni fatte alla vigilia dell’ennesima udienza, prevista per oggi, dove il procuratore indiano G.E. Vahanvati dovrebbe presentare alla Corte Suprema la soluzione trovata dal governo per processare Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Intransigente e ipocrita, il ministro della Difesa A.K. Antony ha già rimosso come si comportò nel marzo 2008 in Sudafrica. Durante la sua visita ufficiale a Pretoria dovette affrontare l’affair di tre ufficiali indiani del contingente delle Nazioni Unite in Congo accusati di stupro. E cosa fece? Li lasciò nelle carceri sudafricane per essere sottoposti a un regolo processo? Niente affatto. I tre soldati, un tenente colonnello e due maggiori del contingente Monuc furono forniti di lasciapassare diplomatico e poterono così tornare in patria, in India. La vicenda rischiò di far saltare importanti accordi economici e militari con il Sudafrica. Ad accusare i tre militari indiani era stata una ragazza di 20 anni che denunciò la violenza avvenuta in un albergo a Plettenberg Bay, dove i tre indiani erano in licenza. Quando l’episodio venne alla luce durante la missione a Pretoria, il ministro Antony ordinò al Capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Deepak Kapoor, di prendere «azioni severe» contro i tre ufficiali, se le accuse si fossero rivelate vere. Le autorità sudafricane, consapevoli della posta in gioco, trovarono un compromesso per eviatre uno scandalo che avrebbe nociuto agli interessi di entrambi i Paesi. Così mentre la polizia di Plattenberg Bay convinceva la ragazza, grazie anche a un risarcimento, a ritiare la denuncia, i tre soldati, lasciarono la brigata internazionale delle Nazioni Unite dislocata in Nord Kivu e fecero ritorno in India, ufficialmente, secondo le garanzie date dal ministro ai sudafricani, per essere sottoposti a giudizio. Le autorità indiane però rilevarono solo «cattiva condotta e comportamento inadeguato» e il colonello e i due maggiori subirono solo una reprimenda. E non è un caso, in vista delle prossime elezioni, che Antony, che è originario del Kerala, stato dove è avvenuto l’incidente il 15 febbraio 2012, abbia risposto in quel modo alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se il governo stesse ammorbidendo la sua posizione dopo che il ministero della Giustizia aveva sposato l’opinione del ministero degli Esteri sulla inapplicabilità della legge per la repressione della pirateria (Sua Act). Il ministro ha concluso sostenendo che comunque la decisione viene trattata dai ministeri dell'Interno e degli Esteri. Un modo pilatesco per scaricare responsabilità verso altri.

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