Esteri

Il giallo della Sgrena pro India

Caos in Internet per le frasi attribuite alla cronista rapita in Iraq: «Sono degli assassini». Poi la smentita: «Mai dette quelle parole»

Un uomo in divisa perse la vita per salvare la sua. Lei, la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, a prendere per buone alcune frasi che le sono state attribuite da più siti internet (ma da lei smentite quando la contattiamo in serata) per due uomini in divisa come Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sembra dimostrare pregiudizio e intolleranza. Secondo quanto riportato da alcuni blog, anche di sinistra, la Sgrena avrebbe - il condizionale è d’obbligo - infatti definito i due marò «assassini» e «delinquenti», scatenando reazioni a tratti rabbiose. Eppure fu un uomo in divisa, un ex poliziotto poi approdato al Sismi, a «strapparla» dalle mani dei suoi rapitori. Il 4 febbraio del 2005, infatti, Giuliana Sgrena viene rapita in Iraq da un gruppo della jihad islamica. Il 4 marzo l’agente del Sismi Nicola Calipari va a Baghdad per trattare il suo rilascio. Lo ottiene. Ma sulla strada per l’aeroporto della capitale irachena, per un maledetto errore, il «fuoco amico» degli americani colpisce l’auto su cui si trovano lo 007 e la giornalista. Calipari viene raggiunto da un proiettile e muore sul colpo. La Sgrena si salva. E torna libera. Un uomo in divisa le aveva salvato la vita. Dopo il sacrificio di Calipari dedicherà talvolta le sue energie ad attaccare quegli stessi servizi segreti che le avevano restituito la vita e la libertà. Ora, stando alla rete che ha rilanciato all’infito le sue presunte frasi, pare essersi superata. Nel corso di una conferenza stampa, come riportato da vari blog, parlando della disavventura di Vladimir Luxuria, «fermata» a Sochi, in Russia, mentre se ne andava a spasso con una bandiera arcobaleno con scritto «è ok essere gay», la Sgrena avrebbe affermato: «È sciocco e umiliante paragonare la disavventura di Luxuria al caso dei due marò. Un accostamento che mi lascia inorridita. E sono anche stanca del paragone fra i due fucilieri e il mio caso. Io e Luxuria non abbiamo nulla da spartire con questi due individui, noi eravamo in missione di pace». Li chiama, con distacco, «individui». Ed è convinta, evidentemente, che portare un’arma a protezione di un equipaggio civile significhi essere in «missione di guerra». E sarebbe convinta anche di altro: «Luxuria è persona di pace, i tanto decantati marò sono due assassini che devono ancora essere giudicati per un reato grave di cui l’Italia, colpevolmente, non vuole farsi carico. È vergognoso che due virtuali delinquenti ci vengano affiancati in maniera cosi ossessiva e ignobile». Due militari che proteggevano dei civili per Giuliana Sgrena sono assassini e delinquenti? «I due marò - avrebbe aggiunto - non hanno nobilitato la nostra bandiera sparando su dei pescatori inermi». Lei ne è certa. Avrà le prove? Per appurarlo decidiamo di contattarla ma a Il Tempo smentirà tutto: «Sono frasi false e assurde che non ho mai pronunciato. Non ho mai pensato questo dei marò, mai definiti delinquenti e assassini. Non so chi abbia ucciso i due pescatori indiani ed è inaccettabile che due persone vengano trattenute per due anni senza un’imputazione. Le affermazioni che mi sono state attribuite sono tremende e disumane, e hanno provocato delle reazioni inqualificabili nei miei confronti. È inaccettabile. E poi non ho mai parlato di Luxuria in una sede pubblica». Quindi spiega: «Basta andare sul mio sito internet, dove ho scritto un articolo per chiedere giustizia per i due fucilieri». Ed è vero. In un post del 4 febbraio scorso la Sgrena chiede «giustizia per i due marò» e scrive che è «intollerabile che dopo due anni non ci sia ancora un capo d’imputazione». È anche vero, però, che in un altro post, vergato il 22 febbraio 2012, a soli sette giorni dall’uccisione dei due pescatori indiani, la giornalista osserva: «Il caso dei marò è di estrema gravità perché sancisce il diritto di uccidere chiunque venga sospettato di poter essere un pirata (…). Siamo pronti a considerare danno collaterale la morte di due pescatori indiani disarmati e senza nessuna velleità piratesca». Ma il caso dei marò non sancisce nessun diritto di uccidere un sospettato. E parlare di «danno collaterale», tra l’altro a soli sette giorni da quel maledetto 15 febbraio 2012, significa aver già «condannato» i marò. Perché la morte dei due pescatori indiani potrebbe essere definita «danno collaterale» solo se fosse accertato che i colpevoli sono Latorre e Girone. A due anni dal fermo le autorità indiane non sanno ancora che reato contestare, la Sgrena già allora aveva le idee chiare.

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