Esteri

I pm indiani: «Quei due vogliono la medaglia?»

Per la pubblica accusa i marò sono già colpevoli. Ma il giudice assicura: saremo imparziali

Per la pubblica accusa indiana i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, da due anni trattenuti in India senza ancora un formale atto di imputazione, sono già colpevoli. È lo stesso pubblico ministero indiano a dichiararlo, domandandosi con tetra ironia: «Forse vogliono una medaglia?» Il procuratore generale G.E. Vahanvati, parlando con l’avvocato dei marò Mukul Rohtagi, gli ha infatti domandato: «Hanno ucciso due persone. Stanno suggerendo che non dovrebbero essere perseguiti, ma decorati con il Padma Bhushan o il Padma Vibhushan?» Che sono tra le massime onoreficenze indiane. Tutto riportato dal quotidiano «The Hindu», sull’edizione online, in inglese e disponibile a tutti. Eppure due persone non ancora sottoposte a giudizio devono essere considerate innocenti. L’avvocato che difende i marò, che ha insistito sulla linea in base alla quale Massimiliano Latorre e Salvatore Girone dovrebbero tornare in Italia finché non ci sarà una decisione sul processo, ha ricordato che per il governo italiano al caso non deve essere applicata la legge antiterrorismo Sua Act, anche se non è più prevista la pena di morte, perché equipara i due marò a terroristi. Da parte sua Vahanvati ha ricordato che la clausola relativa alla pena di morte non verrà invocata e la pena massima che potrebbero ricevere i marò sarebbe di 10 anni di reclusione. «La pena di morte - ha spiegato Vahanvati - viene assegnata solo per i crimini più rari tra i rari e per questo caso non è legittima la pena di morte». I giudici indiani hanno poi fatto sapere che non terranno conto delle «pressioni internazionali» e che giudicheranno «secondo le leggi». Anche se tutto l’impianto accusatorio si regge sull’inaccettabile accusa contro due militari in missione internazionale di essersi macchiati di un atto di pirateria. E nessuno sembra considerare l’innocenza di Latorre e Girone. Sul caso marò, infatti, la Corte Suprema deciderà «in base al diritto, non preoccupandosi delle conseguenze sul piano delle relazioni internazionali». Con questo avvertimento il presidente della Corte, B.S. Chauhan, ha dato appuntamento al prossimo martedì ad accusa e difesa, che l’altro giorno, nel corso dell’udienza, sono andati in cerca di un impossibile un accordo sull’opportunità di incriminare i due marò in base alla legge anti-pirateria (seppure in una versione ammorbidita, cioè senza prevedere appunto la pena di morte, ma con la previsione di pena massima di 10 anni). Tutto riportato su un altro giornale: l’Indian Express, dando conto nel dettaglio dell’udienza che si è tenuta lunedì dinanzi alla Corte Suprema e al termine della quale il presidente Chauhan ha dato appuntamento alle parti al 18 febbraio. «Considerata l’impossibilita di trovare una soluzione amichevole tra le parti - scrive il quotidiano - sarà dunque la Corte Suprema ad avere la parola finale sul contenzioso». Nel corso della seduta infatti le parti si sono fronteggiate ripetendo le posizioni: l’avvocato della difesa, Mukul Rohatgi, ha ricordato che il Sua Act, la legge anti-pirateria indiana, è stata concepita per i pirati e non per militari quali sono Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Le due parti in causa, quella indiana e quella italiana sono su due posizioni assolutamente opposte. Il diritto internazionale prevederebbe infatti che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone debbano essere giudicati (se devono essere giudicati), da un tribunale italiano, essendo soldati italiani, su una nave italiana che si trovava in acque internazionali. E in molti dimenticano che Girone e Latorre furono chiamati sul suolo indiano in qualità di testimoni e, successivamente, sottoposti a fermo giudiziario sospettati di un reato accaduto al di fuori della giurisdizione indiana. L’unico modo di processarli, infatti, è utilizzare la legge speciale antiterrorismo e antipirateria che «allarga» le possibilità di intervento delle autorità indiane. E questo quando Girone e Latorre erano proprio in servizio antipirateria. Un tipo di missione che ha in pratica cancellato il problema in quella zona. E intanto Tullio Treves, giudice dal 1996 al 2011 presso Tribunale internazionale del Diritto del Mare con sede ad Amburgo, che ora insegna diritto internazionale all’Università di Milano e che è avvocato e arbitro di numerose controversie internazionali, spiega che la via del ricorso da parte dell’Italia al Tribunale internazionale appare impossibile. Quello che potrebbe essere fattibile è la creazione di un tribunale arbitrale, ma si tratta di un percorso «non privo di ostacoli». «Secondo me - dice - un ricorso diretto sul merito al Tribunale di Amburgo (Itlos) è impossibile, perché l’India non ha accettato la giurisdizione del tribunale. Quindi, la giurisdizione obbligatoria senza il consenso dell’India si potrebbe ottenere non per il Tribunale del Mare, ma per un tribunale arbitrale formato presumibilmente da cinque arbitri, che funziona sempre nel quadro della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare». A questo punto, una volta chiesta la costituzione di questo tribunale ad hoc, spiega ancora l'ex giudice della Corte di Amburgo, «è possibile chiedere al Tribunale del diritto del mare misure cautelari, come un ordine di liberazione urgente» di Salvatore Latorre e Massimiliano Girone.

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