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Viaggio di uno scettico a piazza Taksim

A Istanbul la situazione è meno grave di quel che si vede in Tv Di giorno foto ricordo della protesta. Di notte raid contro la polizia

Viaggio di uno scettico a piazza Taksim

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Quando la settimana scorsa sono cominciate ad arrivare le notizie e le immagini della "rivolta" in Turchia sono rimasto di stucco. Le notizie non tornavano. Il parco Gizi era definito "il polmone verde" di Istanbul, città a rischio di cementificazione selvaggia da parte del governo. Il mio ricordo del parco era poco entusiasmante, una spianata di cemento circondata da una corona di alberi. Nulla in confronto alle centinaia di parchi incastonati in una megalopoli di 13 milioni di abitanti e che conta 5 milioni di pendolari e si estende da est a ovest con un diametro di più di 100 km. Piazza Taksim, in confronto ai quartieri circostanti era una zona che necessitava di una riqualificazione urbana, daltronde già decisa dall'amministrazione comunale. Un lato intero della piazza è occupato da due orrendi casermoni grigi di cemento armato che qualunque residente vorrebbe fossero rasi al suolo. Difficile immaginarsi anche "ambientalisti" turchi che fanno un sit-in per impedire che vengano abbattuti cento alberi in una città in continua espansione ed evoluzione architettonica e con fior fiore di parchi enormi a distanza di passeggiata.

Meno difficile immaginarsi una polizia dalla mano pesante. Molti ricorderanno che fino a venti anni fa la Turchia aveva il record di violazione dei diritti umani e dell'uso della tortura e la dittatura militare che la governava faceva sembrare i regimi sudamericani delle mammolette. Ma questo era prima della democrazia e i tempi, per fortuna sono cambiati. Eppure sulla stampa italiana e in televisione sentivo parlare del "regime di Erdogan" e non mi capacitavo. Perché un regime è una cosa molto specifica. Erdogan è stato eletto nel 2002 e poi di nuovo nel 2007, con maggioranze parlamentari molto rilevanti e l'anno prossimo la Turchia potrà tornare alle urne e volendo potrà mandarlo a casa. Sulla stampa leggevo che da quando c'è lui non c'è libertà di stampa, ma prima di lui il regime militare ammazzava i giornalisti sotto casa o li faceva sparire e quel poco di stampa turca che seguo mette sempre a confronto le dichiarazioni del governo e dell'opposizione.

Leggevo che le opposizioni non hanno voce in parlamento e questo è un po' vero, perché in Turchia c'è una soglia di sbarramento del 10 per cento, tanto che nel 2002 in parlamento c'erano solo due partiti, quello di Erdogan e quello popolare repubblicano. Ma oggi, ad esempio ce ne sono quattro, con i socialdemocratici e i nazionalisti. Destra e sinistra in Turchia sono concetti vaghi. A parte i partiti comunisti, che sono numerosi, tutti gli altri si identificano sull'opposizione confessionalità-laicità. Il partito di Erdogan è molto spesso stato paragonato alla democrazia cristiana. Dichiaratamente si ispira alla Cdu-Csu tedesca e partecipa come osservatore nel Ppe. All'opposizione ci sono i "kemalisti" che si ispirano alla rivoluzione laica di Mustafa Kemal riconosciuto da tutti come Ataturk, padre del popolo e della patria, fondatore della repubblica nel 1923. Gli unici che odiano Kemal sono i comunisti e in particolare quelli curdi, che furono sistematicamente eliminati dal capo nazionalista, da loro sempre definito semplicemente "fascista". Mi appariva quindi strano anche che i nostri Tg asserissero che a Piazza Taksim convivessero kemalisti, comunisti e separatisti curdi, tutti uniti contro il governo. Il vanto del partito di Erdogan nei suoi dieci anni circa di governo è quello di aver fatto enormi passi avanti nel campo dei diritti civili, ma anche di aver realizzato un mirabile miracolo economico, portando un Paese che aveva più del 20 per cento di inflazione annua (si vedano i dati del 2001) a essere il secondo nel mondo come crescita e sviluppo dopo la Repubblica popolare cinese. Il modello di democrazia islamica "alla turca" è stato preso ad esempio dai Paesi musulmani che si sono liberati dai dittatori e non vogliono cadere preda di estremisti. L'Islam non è monolitico ma soffre di gravi conflitti interni tra sciiti - che hanno come Paese guida l'Iran - e i sunniti, a loro volta divisi in fazioni e sette. Tutto ciò per dire che l'idea di una Turchia improvvisamente sull'orlo del caos mi sembrava terribile anche per gli equilibri mondiali.

Non ho potuto far altro che prendere un biglietto low cost della Turkish airways (eletta compagnia aerea dell'anno) e fiondarmi a Istanbul. All'aereoporto Ataturk ho cercato segnali di tensione, di disservizio, di protesta. Nulla. Ho preso un taxi per il centro attraversando la città dal lato asiatico a quello europeo. Tutto assolutamente normale. Il centro pullulava di turisti e turchi che facevano shopping e passeggiavano. A quel punto mi sono avviato a piazza Taksim. Il tassista mi ha detto che non poteva portarmi fino in cima alla collina che ospita la piazza perché le strade erano chiuse, io gli ho risposto che non c'era problema. Ai piedi della collina i taxi si fermavano e scaricavano dimostranti della domenica con bambini al seguito e enormi macchine fotografiche. La salita era interrotta da barricate ben fatte e ben preservate dinanzi alle quali si formavano file di persone che aspettavano il proprio turno per farsi immolare dal fidanzato o dall'amica. Agli angoli venditori ambulanti offrivano bandierine turche con l'effige di Ataturk. Bancarelle offrivano i necessaire per mascherarsi da contestatore e farsi la fotografia bombolette spray di tutti i colori, mascherine e occhialini per i lacrimogeni. Una mamma spingeva il riluttante figlio preadolescente che aveva paura di scivolare sui mattoni della barricata mentre il padre impugnava la Nikon. La piazza era come quella del concertone del Primo maggio. Decine di migliaia di persone che ascoltavano comizi alternati a chitarre metal urlanti, centinaia di bandiere rosse o nere con falci e martello, Che Guevara e il simbolo anarchico che facevano scomparire le bandierine con l'effige di Kemal comprate dagli ambulanti. Il palco e l'impianto acustico erano magnifici e costosi. Per essere una manifestazione spontanea deve essere costata mezzo milione di euro. L'accampamento nel parco Gizi ricordava tutte le tendopoli delle varie esperienze di "Occupy questo o quello". Gli edifici del quartiere - e purtroppo anche alcuni storici - sono completamente coperti centinaia di metri quadrati di scritte tipo ACAB (sigla usata dagli hooligan inglesi che significa "tutti i poliziotti sono bastardi") "fuck the police", ma anche "Akp (il partito di Erdogan) sionista" e "il Mossad è qui". Tra i dimostranti spiccano i curvaioli del Besiktas e del Fenerbahce, che hanno fatto una tregua e si sono alleati per scontrarsi con la polizia. I vicoli di accesso all'ecomostro di cemento che il Comune vorrebbe abbattere per sostituirlo con un memorial di Ataturk e una moschea, sono transennate e presidiate da figuri molto loschi, tatuati e tutt'altro che spensierati. Il centro logistico degli scontri è lì dentro e nessuno si può avvicinare.

Quando cala la notte e le decine di migliaia di turisti della contestazione tornano a casa, dal casermone partono le squadre armate di molotov vanno all'assalto dei blindati della polizia che presidiano il lungo-bosforo. La sera, in un albergo ad appena quattro chilometri da Taksim seguo in tv il comizio di Erdogan a Ankara. Il Premier arringa i suoi invitandoli a mobilitarsi per le prossime elezioni amministrative che si terrano tra pochi mesi, in modo da "dare una lezione di democrazia agli oppositori". Vado sul canale italiano dove la giornalista annuncia che "Erdogan ha invitato i suoi sostenitori a dare una lezione agli oppositori...". Di seguito immagini di cariche della polizia e il commento "continuano gli scontri tra esercito e insorti...". Forse, penso, si è confusa con la Siria. L'esercito, per la cronaca, è il "partito" più ostile ad Erdogan e c'è chi, nelle opposizioni, sperava che gli incidenti provocassero un caos tale da giustificare un nuovo Colpo di Stato. Dopo due giorni l'ocupazione di Piazza Taksim è finita. Molti turchi che odiano Erdogan prevedono che rivincerà le elezioni con un maggioranza che supererà il 50 per cento. Per ora l'effetto dei dieci giorni di scontri è stato un crollo imponente della Borsa e un raffreddamento degli investimenti che avrà esiti spiacevoli sull'economia e forse sulle candidature di Istanbul alle olimpiadi del 2020 e quella di Smirne all'Expo sulla salute dello stesso anno.

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