Al via la madre di tutte le privatizzazioni italiane. In tempi rapidi il colosso Poste Italiane sarà un gruppo nel quale, alla partecipazione pubblica, si affiancherà un nuclo consistente di soci privati. Il semaforo verde all’operazione è arrivato ieri da Palazzo Chigi dove si è svolto un vertice sul tema, coordinato dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Patroni Griffi, e al quale hanno partecipato il viceministro dello Sviluppo economico, Antonio Catricalà e l’ad di Poste Italiane, Massimo Sarmi. Pesenti anche per Cdp l'ad Giovanni Gorno Tempini, per il Tesoro il direttore finanza e privatizzazioni Francesco Parlato e il direttore generale Vincenzo Lavia. Il processo di cessione di quote societarie di Poste non ha ancora un calendario preciso ma l’intenzione emersa da Palazzo Chigi è quella di tempi rapidi, con la chiusura dell’operazione entro la fine del 2014. Il primo passo prevede la distribuzione di azioni ai dipendenti che saranno così cointeressati alla trasformazione dell’azionariato. Oggi, infatti, Poste pur essendo già giuridicamente una società per azioni è ancora pubblica al 100% visto che la partecipazione è nel portafoglio del ministero del Tesoro e della Cassa Depositi e Prestiti. Il secondo passaggio, prima della quotazione che passerà per Piazza Affari, è proprio la ridefinizione del rapporto giuridico ed economico che lega le Poste alla Cassa Depositi e Prestiti, l’organismo del Tesoro che alimenta la sua dotazione finanziaria con il risparmio raccolto agli sportelli delle Poste. Andranno ridisegnati gli accordi che regolano la gestione dei flussi finanziari per eliminare ogni possibile conflitto di interesse tra la società e la futura pluralità degli azionisti. Chiusa questa fase non ci saranno ulteriori formalità, tranne quelle obbligatorie da seguire, per il collocamento. Il piano operativo, resta quello elaborato dallo stesso Sarmi nei mesi scorsi che dovrebbe solo essere limato. La cessione dovrebbe riguardare una quota tra il 40 e il 50% della società che, secondo le analisi più recenti, effettuate dalla Deutsche Bank nel 2010, vale complessivamente circa 10 miliardi di euro. Dunque a spanne l’incasso previsto dal Tesoro si potrebbe aggirare tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Della quota in vendita una grossa parte, fino al 60%, potrebbe andare ai grandi fondi istituzionali mentre il resto sarebbe aperto alle richieste di piccoli risparmiatori che per sottoscrivere pacchetti avranno a disposizione non solo le banche ma anche e soprattutto le migliaia di uffici postali sparsi capillarmente in tutto il territorio. Come detto una parte di azioni, tra il 3 e il 5%, verrebbe riservato gratuitamente ai dipendenti. Una condizione che dovrebbe consentire anche l’ingresso di un rappresentante dei lavoratori nel consiglio di amministrazione. Dopo lo studio preliminare, che prevedeva lo scorporo solo di alcune business unit come Poste Vita o BancoPosta, dunque si è arrivato a una soluzione di quotazione totalitaria su impulso di Sarmi che punta, a operazione conclusa, a un’ulteriore sviluppo dell’azienda. Parte degli incassi potrebbero restare, infatti, all’interno per finanziare le nuove direttrici di business di Poste. Una delle quali è lo sviluppo della monetica, ovvero dei pagamenti digitali, vero futuro delle transazioni commerciali. Forte dell’esperienza con la social card, con circa 10 milioni di utenti alle prese con pagamenti con microchip, le Poste hanno in casa una piattaforma evoluta e un modello di business che stanno già esportando in altre Paesi. Accordi di utilizzo sono già stati firmati con la Russia. E non è escluso che la specializzazione sul tema non possa creare convergenze di business anche con Telecom Italia.
Rivoluzione Poste: ai privati entro l’anno
Il sì di Palazzo Chigi. Ai lavorastori distribuite gratuitamente azioni. Presto il collocamento in Borsa. Sarà offerto fino al 49% del capitale
