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Geronzi ha ottenuto il ritorno alla governance tradizionale di Mediobanca. Questo significa che il banchiere di Marino sarà presidente del cda, del patto di sindacato e del comitato esecutivo della merchant bank, incarnando un potere che forse solo Enrico Cuccia ha avuto tanto forte in piazzetta Cuccia. Per ottenere questa vittoria ha dovuto dare, almeno formalmente, delle concessioni ai «giovani» in modo che la restaurazione della governance tradizionale potesse essere letta come una decisione condivisa da Alberto Nagel e Renato Pagliaro, manager di stretta formazione cucciana e custodi, almeno secondo una lettura romantica delle vicende mediobanchesche, dell'ortodossia del fondatore. La diplomazia, e la necessità di non andare a incidere i delicati equilibri diplomatici fra prima linea di comando ed azionisti trovati con la sapiente mediazione del notaio Piergaetano Marchetti, impediscono a Geronzi di reclamare la vittoria. Sempre la vicenda del cambio di governance di Mediobanca ha fatto registrare un altro vincitore in Alessandro Profumo. L'a.d. di Unicredit formalmente viene visto come vincitore per i paletti con cui ha cercato di arginare il potere geronziano in Mediobanca. In realtà, alla luce anche del pieno supporto goduto dal presidente di Mediobanca da parte della maggioranza degli azionisti, i paletti di Profumo appaiono più formali che sostanziali. La sua battaglia Profumo l'ha vinta ottenendo innanzitutto che il peso di Unicredit negli organi decisionali della merchant bank venisse lasciato inalterato. Questo ha consentito a Profumo di regolare i rapporti di forza con i propri azionisti, in particolare le Fondazioni Crt e Cariverona, che non sembrano apprezzare la visione "laica" che il manager ha delle partecipazioni strategiche. Le due Fondazioni hanno digerito a fatica la doppia uscita da Rcs e la cessione, per ragioni Antitrust, della quota in Generali ma mai accetterebbero un disimpegno da Mediobanca. Corrado Passera si trova in una situazione ancora più kafkiana. La nascita della Compagnia Aerea Italiana e del progetto per il salvataggio di Alitalia sono una vittoria esclusiva dell'amministratore dlegato di Intesa Sanpaolo che, sin dall'inizio della gara di privatizzazione della compagnia di bandiera aveva sostenuto la validità di un piano che prevedesse l'unione di Alitalia e Airone. Quel piano ha visto la luce e, al di là del fatto che i sindacati lo accettino o meno, testimonia la lungimiranza industriale di passera. La gloria sua e di intesa Sanpaolo sono però smorzate dalla piega politica che ha preso il dossier. Da un lato perchè alla vittoria di Passera fa da contraltare la sconfitta di Romano prodi, che quando era al governo si è ostinato a non prendere in considerazione l'ipotesi Airone-Intesa. La sconfitta di Prodi, tradizionalmente vicino a Giovanni Bazoli presidente di Intesa Sanpaolo, rende difficile per Passera reclamare meriti senza passare per un pasdaran berlusconiano. Il cotè politico che accompagna tutta la vicenda Alitalia ha inoltre quasi fatto passare in secondo piano il fatto che Fenice, il progetto industriale studiato per la compagnia, sia un parto di Intesa Sanpaolo e non del governo di centrodestra. Anzi l'aria da "tradimento dei chierici" che ha accompagnato il coinvolgimento in Cai di molti imprenditori considerati tradizionalmente vicini al PD, Roberto Colaninno in testa, è particolamente forte nei confronti di Intesa sanpaolo da parte di quanti, e nel centrosinistra non sono pochi, la consideravano una sorta di banca di aerea.

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