Una coltura quella del tabacco che riveste estrema importanza nei contesti locali per l'elevato fabbisogno di manodopera e la scarsa meccanizzazione: sono più di 18 mila le aziende attive nella tabacchicoltura, la maggior parte a carattere familiare, e nel 90% dei casi concentrate in Campania, Umbria, Veneto e Toscana. È questa la fotografia della tabacchicoltura italiana secondo le analisi contenute nella seconda edizione del «Dictionary» della Philip Morris Italia (Pm Italia), su dati Nomisma (decimo rapporto, 2005). Considerevole anche il numero di addetti in Italia, pari a 12.600, impiegati nella prima lavorazione industriale che si estrinseca nella cernita per qualità, trebbiatura, essiccazione e pressatura nel materiale di imballaggio per facilitare il trasporto e la conservazione. Per quanto riguarda la scelta della varietà coltivabili, l'Italia, sottolineano gli esperti del Dictionary 2007, si presta per le sue caratteristiche geografiche alla coltivazione di quasi tutte le varietà di tabacco. Ma nel decennio 1994-2004 i gruppi varietali «sun cared», essiccati cioè con il metodo di «cura al sole», e «katerini» registrano una netta e costante flessione a partire dal 1999. Rimangono invece consolidate le diverse tecniche «ad aria» che vedono il tabacco - più tipicamente la varietà maggiormente diffusa al mondo, il Virginia - sottoposto ad una «cura ad aria calda» in appositi locali di custodia dotati di un sistema di ventilazione temperata. E per il tabacco Burley, una delle maggiori componenti delle sigarette american blend, il processo di cura ad aria in locali ben ventilati impiega due mesi.
Agricoltura/1
Tabacco, Italia primo produttore Ue