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La Carmen dell’Orchestra di Piazza Vittorio

L’Orchestra di Piazza Vittorio – che domani 22 ottobre (e fino all’8 novembre) sarà in scena al Teatro Olimpico alle 21 con una sua «Carmen» – è una creatura di Mario Tronco. Un «amante» della musica...

L’Orchestra di Piazza Vittorio – che domani 22 ottobre (e fino all’8 novembre) sarà in scena al Teatro Olimpico alle 21 con una sua «Carmen» – è una creatura di Mario Tronco. Un «amante» della musica classica oltre che pop, che ammette con onestà di non venire dall’ambiente accademico. Però è un musicista a tutti gli effetti (come i suoi strumentisti), il quale ha scoperto il potenziale esperssivo della musica popolare, anche se non è stato il primo, e con esso reintepreta i capolavori classici. E questo è tutto, questo fa la differenza. Perciò la «Carmen di George Bizet» che (con la Filarmonica Romana e i Vagabundos) presenta Mario Tronco, lo è «secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio» come dice il sottotitolo, e di Bizet serba solo apparentemente la partitura, dal momento che il soggetto se ne discosta, le voci sono in parte non impotate e la musica - quando non è dei musicisti stessi dell’orchestra - è comunque suonata su altri strumenti, il djembe, il cymbalum, e diventa un’altra cosa. Di Bizet conserva il tema ideale di fondo, l’ansia di libertà degli uomini, anzi della donna. Ma questa «Carmen» è una delle trasposizioni di un capolavoro del passato più autentiche che un musicista di oggi possa realizzare. La forza espressiva che il brasiliano Evandro Dos Reis (Don José), il tunisino Houcine Ataa (Escamillo), la trapezista francese Elsa Birgé (MicaÙla), soprattutto la pugliese Mama Marjas (Carmen) traggono dai semi della loro terra, è qualcosa di irrinunciabile, secondo Mario Tronco. Egli, dopo il successo del consimile «Flauto magico» di Mozart con cui chiuse nel 2002 il Roma Europa Festival e andò in tournée in tutto il mondo, torna ad affinare il suo nuovo frutto, col direttore d’orchestra Leonardo Piccioni, lo scenografo Lino Fiorito, il coreografo Giorgio Rossi, i costumi di Katia Marcanio, fra ritmi gitani, reggae, flamenchi, arabi, indiani, e passioni di sempre, e di tutti i popoli ìche le frontiere ormai non possono più contenere».

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