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Borges, Piazzolla e il tango L’ultima sfida di Albertazzi

Al suo fianco Mariangela D'Abbraccio

Sarà stasera e domani al Teatro Quirino Giorgio Albertazzi, insieme a Mariangela D’Abbraccio, per lo spettacolo «Borges Piazzolla», diretto da Francesco Tavassi. Se le parole di Borges, a cui il mattatore ha già dedicato tre allestimenti durante la sua carriera, diventeranno musica grazie alla sua voce, i versi delle ballate di Piazzolla si riempiranno di emozioni cantate dall’attrice con cui ha condiviso in passato un percorso di vita e scena. Oltre a riprendere «La Tempesta» e «Memorie di Adriano», Albertazzi sta varando un progetto importante per la Rai, in seguito all’impennata di audience della sua partecipazione a «Ballando con le stelle», e sarà impegnato anche in due film di cui non può ancora svelare nulla.     Come è nata l’idea di questo spettacolo? «Mariangela ha trovato un’orchestra dalle doti eccezionali e coltivava Piazzolla per conto suo. Abbiamo realizzato questo evento per mia moglie Pia de’ Tolomei, nella sua tenuta in Maremma, e poi è diventato un allestimento estivo proposto anche a Ravello e a Tindari».     Che rapporto ha con Borges? «È uno dei miei autori preferiti. In modo simile ad Adriano, è dentro di me, mi rivela qualcosa di me stesso che già sapevo, è una rivoluzione, una scoperta e un’agnizione ogni volta che l’affronto. La sua cecità è una metafora, anche se non vedeva più dall’età di quarant’anni. Parlai un attimo con lui al telefono perché volevo girare un film dal suo racconto "Il morto" e la segretaria, che era la sua compagna, me lo passò. Mi piace il fatto che descriva la vita del quartiere Palermo di Buenos Aires, fra tangueiros, bordelli, pugnali insanguinati e coltelli dei macellai, pur avendo abitato in una villa di cultura inglese. Mi ricorda che ho vissuto a Firenze nella villa "I Tatti" di Bernard Berenson e ho nostalgia di un mondo trasgressivo come quello di San Frediano. Quello che conta è il legame con l’immaginato, la realtà è possibile perché rappresentata, se la si vivesse, ci si perderebbe».     Cosa ama del tango? «Come dice Borges: "è un pensiero triste che balla". Sprofonda nella ritmica. Il corpo è tutto in movimento. È erotico, parla d’amore, di sesso, di attrazione, di rapporti di coppia con un’apparente violenza, in un aggrapparsi reciproco. È un racconto di vita. Mi riferisco al tango argentino, nato nei bordelli e nelle macellerie di Buenos Aires, che non va confuso con quello parigino. È una visione del mondo: corpi e anime, anema e core. Non l’ho mai ballato, come Borges preferisco immaginarlo».     Il suo lavoro le permette di non invecchiare mai? «Finché dura. Vorrei morire in scena come Molière, anche se una leggenda narra che la replica in cui morì veramente, la gente disse che di solito moriva meglio. La finzione è più vera della verità. Posso avere delusioni sul piano economico e organizzativo, come non essere riuscito a riaprire il Teatro delle Arti dopo due anni di impegno, ma la mia arena con la gente, anche con un rinnovamento del pubblico, è così forte in tutta Italia, da costituire il mio pane quotidiano di gioco e di leggerezza. È l’amore che muove il sole e l’altre stelle e dovremmo vivere a più stretto contatto con la natura».

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