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L’Opera punta su Weill e Brecht Così torna la musica della strada

Da martedì fino al 17 ottobre

Dopo il mezzo flop della Songopera di John Adams l’Opera prosegue nel suo progetto di teatro musicale contemporaneo, sinora non troppo soddisfacente, con un classico del Novecento come Ascesa e caduta della città di Mahagonny (1930) di Kurt Weill su un libretto di Bertolt Brecht. Sarà in scena per sette recite da martedì prossimo e sino al 17 ottobre sotto la direzione musicale di John Axelrod in un nuovo allestimento coprodotto con la Fenice di Venezia ed il Palau di Valencia per la regia di Graham Wick (che tre anni fa a Roma firmò una bella edizione del Ratto dal Serraglio). «Quando ho fatto la prima regia di Mahagonny – racconta Wick – avevo solo 27 anni e lavoravo con gli studenti dell’Università inglese di Warwick. Quando l’ho realizzata una seconda volta nel 1990 a Firenze, per un allestimento visto anche a Parigi e Genova, non esistevano i computer né i cellulari e neppure l’euro, né immigrazione e fondamentalismo. Ma l’opposizione al capitalismo resta un argomento sempre di grande attualità. Più che un’opera vera e propria è un pezzo di teatro musicale che occhieggia alla lirica, ma anche alla musica commerciale e popolare e soprattutto proletaria con marce e inni. È un’opera piena di colore, forza e divertimento che parla di chi siamo, ma non è un dramma. Carmen, Lulu e Don Giovanni richiedono un artista che deve portare se stesso sulla scena. Qui tutti devono farlo per dare corpo ai personaggi, si deve affrontare il lato scomodo della natura umana. Nella produzione ci sono 25 giovani attori a riprova che il teatro italiano esiste ancora. Il fatto è che i vecchi si aggrappano al potere: è questo un elemento che ho aggiunto. Ho provato a vedere il soggetto con gli occhi di chi non ha niente. Non è solo un’opera anticapitalista, ma denuncia il nostro attaccamento eccessivo al denaro. Viviamo in un disastro che genera dolore: dobbiamo vedere dentro di noi per assumerci le giuste responsabilità». Scende più in dettaglio il direttore americano Axelrod, per la prima volta a Roma: «Mahagonny nasce dalla fortunata collaborazione di Weill e Brecht. È un’opera molto seria, anzi un vero manifesto socioeconomico quasi comunista. È la rappresentazione della musica della strada. Non ne sono protagonisti Re o Regine, eroi, ma la gente comune. Anche la città di Roma come Mahagonny ha avuto la sua ascesa e caduta. La musica è legata alla condizione umana. Sul palco ci sono anche attori e strumentisti e tutti sono attori, anche la musica. Ci sono addirittura reminiscenze mozartiane, ad esempio nella presenza della banda sul palco come in Don Giovanni o nel fatto che Mahagonny sprofonda nell’Inferno. Quando fu rappresentata nel 1930 c’era la Repubblica di Weimar dove tutto veniva distrutto. Mahagonny è appunto proprio il ritratto della caduta della condizione umana. Oggi però non molto è cambiato. Non c’è alla fine un happy end ma dopo il tunnel si intravede la luce». Mahagonny, città dell’oro dove si rifugiano tre malviventi fuggiaschi e qualche donnina allegra, era stata vista all’Opera solo una volta nel 2005 forse anche per la difficoltà di reperire interpreti border line tra kabarett tedesco e lirica.

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