Domani Ingrid Bergman avrebbe compiuto 100 anni perché, proprio un 29 agosto, era nata a Stoccolma nel 1915. 67 anni dopo, il 30 agosto del 1982, mentre ero alla Mostra di Venezia, mi telefonò, invece, di prima mattina Renzo Rossellini, il figlio di Roberto, per informarmi che era morta. «Non voglio che tu abbia la notizia dai giornali», mi disse. Un lutto. Privato, personale. Sapevo della sua malattia, temevo il seguito, già ferito per il lutto che qualche anno prima mi aveva colpito con la morte di mia madre, e per la stessa malattia. Con Ingrid non avevo mai affrontato il tema. Cinque anni prima, comunque, andandola a salutare nell'albergo di Roma dove scendeva di solito, mi sfuggì una considerazione di cui mi pentii subito: «Ora stai bene, però». I suoi occhi azzurri e grigi nei miei: «Come sta, Gian Luigi, una che ha addosso quel nome...». Anche più rassegnata nel 1980, quando la incontrai a Londra per registrare delle conversazioni che avrebbero dovuto precedere una lunga serie di suoi film da trasmettersi in televisione. Un suo braccio, come doveva invece accadere qualche tempo dopo, ancora non si era deformato. Lei, però, indicandomi un cuscino a forma di orsacchiotto su cui lo appoggiava la notte perché già le faceva male, non poté evitare di spiegarmi: "Mi fa sentire un po' meno dolore, e se non lo sento non penso a dove potrà farmi arrivare". Invece ci pensava, facendo coraggio più agli altri, me compreso, che non a se stessa. Costretta però, a un certo momento, a non tacere più nulla, neanche con me. Come l'ultima volta che la sentii al telefono, quando, a maggio, solo pochi mesi prima cioè, non volendo io arrendermi all'evidenza, le dissi di una medaglia d'oro che al ministro dello Spettacolo di allora, Nicola Signorello, avevo suggerito di attribuirle: "Ma Gian Luigi - mi rispose - come puoi pensare che io appaia ancora in pubblico? Non hai idea di come sono cambiata". Capì, dalla mia improvvisa incapacità di parlare, fino a che punto mi avesse sconvolto, così aggiunse in fretta: "Con questo non voglio dire che io muoia, dico solo che sono imbruttita, malridotta. Però stai tranquillo e soprattutto non credere ai giornali inglesi: quelli mi fanno morire una volta la settimana". Un'amicizia, anzi un affetto, durati più di trent'anni e che il tempo non ha minimamente scalfito. Lasciando intatti anche tutti i ricordi. A cominciare dal primo, in quel '49 quando, con l'aureola della diva che a Hollywood chiamavano "la Regina", dopo aver chiamato Greta Garbo "la Divina", arrivò a Roma per girare Stromboli, Terra di Dio, con Rossellini. Ci frequentammo subito e molto (Rossellini, come diceva di tutti, le aveva detto che io ero il suo "migliore amico") e finii per seguirla in tutte quelle sue vicissitudini italiane che al momento di decidere il suo divorzio da Petter Lindstrom e il suo matrimonio con Rossellini di certo non si aspettava. Rossellini, per lei, almeno agli inizi, rappresentava quanto di più nuovo e di più vivo desiderasse in campo artistico. Lo aveva amato senza ancora averlo incontrato, dopo aver visto prima "Roma città aperta" e poi "Paisà": due film che, in lei già da troppo tempo soggiogata dalle consuetudini di Hollywood, suscitarono il desiderio impetuoso di fare qualcosa di più con il cinema e di tornare a quell'Europa da cui era partita prima della guerra. Tornò, si affidò fiduciosa al cinema italiano. "Stromboli", "Europa 51", "Viaggio in Italia", furono le tappe più significative di quel suo ritorno e di quella sua cosciente accettazione di un cinema in cui sentiva di poter dare molto di più di quello che aveva già dato, pur essendo da anni il numero uno di Hollywood. Però, per fare tutto questo, il suo cuore di madre dovette soffrire. Il primo marito, infatti, aveva tenuto con sé Pia, una bimbetta dolce e gentile che, per anni, non ardì più pronunciare il nome della madre di fronte al padre. Quando si sposò a Roma con Rossellini (il matrimonio fu celebrato per procura in Messico), Ingrid sapeva che fino a quando Pia, divenuta maggiorenne, non avesse avuto la libertà di scegliere, lei non l'avrebbe più vista: e così quel giorno di festa non tolse ai suoi occhi un'ombra di mestizia. Quell'ombra gliela ritrovai mesi dopo quando, con Rossellini, facemmo un viaggio ad Amalfi dove lui, nei conventini francescani della costa, intendeva scegliere i frati che avrebbero interpretato il suo Francesco, giullare di Dio. Io rimanevo spesso con Ingrid a passeggiare nel porto di Amalfi, sotto un freddo sole d'inverno. Lei mi parlava di Roberto, dei sentimenti che aveva subito nutrito per lui quando aveva visto i suoi film e, dopo, quando l'aveva conosciuto, dell'ammirazione ardentissima che le aveva suscitato il nuovo cinema italiano; ma, come in un malinconico leit-motif, le tornavano, tra le frasi di letizia, le frasi che si riferivano a Pia, ai suoi tentativi di telefonarle, di vederla, alle sue speranze, poche, di poterla presto riabbracciare. «È una bambina sensibile - mi diceva - affettiva, facile a intenerirsi. Ma con che cuore arriverà a ventun anni, la mia dolce Pia?», si chiedeva Ingrid angosciata. Qualche tempo dopo, una sera, quasi a mezzanotte, mi telefonò Roberto: Ingrid era stata portata a Villa Margherita perché stava per diventare mamma un'altra volta. La sera dopo feci molta fatica per arrivare alla clinica, letteralmente assediata da polizia, fotografi e giornalisti. Quando salii al piano di sopra, Robertino era già nato e il papà e la mamma lo contemplavano in culla con tanta tenerezza, roseo, biondo, un occhio socchiuso, ancora qualche macchia rossa sulla pelle: «Un bimbo stupendo!», disse commosso Roberto. «Bello come la mamma», gli dissi io senza dispiacergli. Rivedo Ingrid in terra, su un tappeto, anni dopo, intenta a far giocare Robertino (allo stato civile si chiamò Renato, perché in Italia i figli non possono chiamarsi come il padre). Gli parlava in italiano perché voleva che fosse italiano e per lui si era messa anche a imparare quella lingua che in genere non parlava con nessuno. La rividi qualche anno dopo a Parigi, all'Hôtel Raphaël - con Robertino e le gemelline che lo avevano raggiunto - giocare con mio figlio che aveva la stessa età di Robertino e aspettare con pazienza che quel crocchio di bambini per niente tranquilli finisse di far merenda mettendo a soqquadro la sala dell'albergo. Era un freddo giorno d'inverno, quell'inverno parigino secco secco che a noi fa pensare a un clima d'alta montagna e dopo ce ne uscimmo tutti imbacuccati per gli Champs-Elysées con quei bambini per mano che facevano voltare i passanti con le loro grida e le loro turbolenze. A un tratto Ingrid aprì la borsetta e mi mostrò una lettera con gli occhi lucidi dall'emozione: era di Pia e dentro c'erano tante parole affettuose, tanta sicurezza che anche là, lontano da lei, c'era una mamma che le voleva un gran bene. Eravamo quasi sotto Natale; Ingrid, dopo che io ebbi letta la lettera, mi disse: «È il mio regalo di Natale!». Povera, cara Ingrid. Non tutti i suoi Natali furono come quello. Una sera, a Roma, mi telefonò con voce alterata. Mi disse che partiva, che il suo matrimonio con Roberto era finito, che ormai di quella pagina della sua vita se ne sarebbero occupati solo gli avvocati. Naturalmente sapevo tutto, ma non pensavo che si sarebbe arrivati a quella soluzione, almeno non così presto. Le dissi subito che sarei andato a salutarla. Disse di no. Voleva partire senza vedere nessuno. Gli amici preferiva salutarli al telefono. Aveva già sofferto troppo. Fra di noi si aprì un lungo silenzio, rotto solo dalle Christmas cards per Natale e da un mio telegramma di felicitazioni quando ebbe il secondo Oscar, per Anastasia. Un giorno, a Cannes, in occasione della presentazione al festival di "Aimez-vous Brahms", la incontrai a fianco del suo terzo marito, Lars Schmidt. Mi dette il numero di telefono della sua villa a Choisel, vicino a Parigi e subito mi parlò di Pia, che aveva rivisto, che aveva ritrovato, bella, grande, sempre piena di tenerezze per la sua mamma e che adesso sperava di rivedere presto in Italia dove aveva intenzione di recarsi. Come mai? Il papà di Pia non amava il cinema e aveva sempre tenuto lontano la figlia da quel mondo, anche per rivalsa. Ma una volta cresciuta, Pia si era sentita attratta dagli stessi ambienti in cui la mamma aveva regnato e, sia pure per un momento, aveva pensato anche lei di diventare un'attrice. Ormai maggiorenne, libera di disporre di se stessa, era venuta a Roma, era andata a conoscere i suoi fratellini italiani e la prima persona in cui aveva trovato appoggio e comprensione era stato proprio Rossellini che, con il passare del tempo, aveva risolto molte delle divergenze che avevano indotto Ingrid a lasciarlo. Ritrovai Pia anche nel settembre del '64, quando Ingrid venne a Roma per partecipare a una mia trasmissione televisiva su alcuni suoi film da "Senza volto" a "Viaggio in Italia". Agli inizi aveva esitato molto. Non le sembrava piacevole farsi vedere senza trucco con il suo viso di allora vicino a quello di trenta e più anni prima, ma poi si era lasciata convincere, soprattutto all'idea dei suoi figli che, vivendo in Italia, avrebbero potuto seguire tutti quei film che non avevano mai visto. L'ultimo nostro incontro nel 1980, appunto, quando curai l'altra trasmissione televisiva, con un ciclo di ben tredici film destinati a fare il punto non solo sulla sua carriera, ma sulla sua vita. L'appuntamento era a Londra, l'indirizzo era nel quartiere di Chelsea, fra la King's Road e il Tamigi. Suonai e al citofono non rispose nessuno. Dal Tamigi, in fondo, arrivava un po' di nebbia e arrivava anche una ragazza in bicicletta. Si fermò, mise piede a terra, mi salutò allegra. «Sembri una ragazzina» le dissi faticando persino a riconoscerla, per un momento sollevato sapendo quanto fosse malata. «È la bicicletta - rispose - ci vado tutti i giorni, anche se piove. Un tentativo di mantenermi in forma!». Due piani interni di casa, come spesso a Londra. In un angolo, in una vetrinetta, vidi subito i tre Oscar e anche molti altri premi, medaglie, statuette. Le tolsi di mano una decorazione con un nastro verde, un Ordine svedese. «Ce l'ho anch'io», dissi. «Questa però non ce l'hai», sorrise indicandone un'altra. «Non la danno agli stranieri: è la decorazione più svedese che ci sia. Me la dette il re a novembre, quando a Hollywood mi organizzarono una grande festa; lì la chiamano tribute, la organizzano di solito per chi ha una lunga carriera alle spalle e vi fanno partecipare tutte le persone famose con cui ha lavorato. E sempre una sorpresa, il festeggiato sa solo che verrà tanta gente ma non sa chi ci sarà. A me, come sorpresa, non la potevano fare più grande. Mi invitarono su un set in cui era stato ricostruito con le scenografie originali quello del night di "Casablanca", con gli stessi attori, le stesse musiche e per la canzone, la celebre canzone di Casablanca: chiamarono addirittura Frank Sinatra a cantarmela... Non me l'aspettavo, avevo l'aria così stupita e commossa che lui mi disse a bassa voce: "Ma perché? Potevi pensare che non sarei venuto?"». Curiosamente, però, con Ingrid non mi capitò quasi mai di parlare molto di cinema. Neanche quando lì, su un tavolino, vidi una nuova sceneggiatura di Ingmar Bergman, "Fanny e Alexander", con una parte prevista per lei. Ancora una volta, ci mettemmo a parlare dei "bambini" che ormai erano così grandi da essere, le gemelline Isabella e Ingridina già sposate e Ingridina addirittura mamma, e Robertino-Robby un autorevole esponente della finanza monegasca. Ma per lei erano e restavano "i bambini". Era felice del matrimonio di Isabella con Scorsese, era felice del nipotino (non il primo, comunque, perché ci aveva già pensato Pia a far la nonna di quel bambinetto dai capelli rossi finito in fotografia vicino a una foto al mare di Roberto). Roberto e quella foto le spensero subito il sorriso: «Santa Marinella, ricordi? Ti vedo ancora con Roberto tutte le sere su quella terrazza quando lui ti raccontava di "Europa 51"». E arrivò - non me l'aveva mai fatto - il racconto di come, tre anni prima, aveva saputo della morte di Roberto. Stava recitando in teatro fuori Londra con uno di quei contratti-capestro che «un'attrice può infrangere solo se muore», commentò amara. Tornava dalla recita pomeridiana e in albergo trovò un messaggio da Londra di una signora che era stata la governante dei bambini. «Cominciai a telefonare», raccontò. «Seppi della notizia e cercai ad uno ad uno i bambini; e mentre parlavo con loro pensavo che mancava poco per tornare in scena per la rappresentazione e che sarebbe stato così per due mesi e che Roberto se ne sarebbe andato senza un mio saluto». Poco tempo dopo uscì la sua autobiografia, "La mia storia", scritta in collaborazione con Alan Burgess. Per anni, agli editori che gliela sollecitavano, aveva detto di no. L'aveva decisa una frase di Robertino: «Mamma - le aveva detto - è meglio che sia tu a scriverla così tutti sapranno la verità su di te ed eviterai che altri, presto o tardi, si mettano a raccontarci la loro». Con l'autobiografia, impreziosita da una dolce dedica, mi fece pervenire anche una stilografica con inciso il mio nome e un biglietto in cui diceva: «Non ti servirà di certo per scrivere ancora di me, ormai hai scritto tutto». … Mi è servita, invece, per celebrarla un'ultima volta nel suo Centenario.
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