No n fosse stato per Wendy, probabilmente oggi non staremmo qui a celebrare il più grande performer rock di tutti i tempi. Solo che questa "Wendy" non era una fidanzata dell’allora 25enne Bruce Springteen, ma l’amichetta di Peter Pan. Che occhieggiava da un poster nell’angusta camera da letto del futuro Boss. Lui cercava un’idea per una canzone che facesse da spartiacque a una carriera non ancora consolidata: prese a strimpellare la chitarra e cominciò a fantasticare di quest’altra Wendy, una ragazza con cui filarsela a tutta manetta, nella gloria della notte, «perché i vagabondi come noi, baby, sono nati per correre». In fuga da un Sogno Americano che pareva un miraggio su un cartellone pieno di ruggine, senza mai voltarsi indietro, perché la strada era piena di promesse. Non casualmente, ma senza darlo troppo a vedere, la genesi di "Born to run" si ispirava proprio alle planate di Peter Pan: quando l’album fu pubblicato - il 24 agosto 1975, quarant’anni fa - apparve subito chiaro che Springsteen confidava nella dolce ala della giovinezza per scappare da «questa città di perdenti» e diventare un vincente, come si augurava nella sublime ballata "Thunder Road" che apriva il disco. Eppure, fino al giorno in cui nelle vetrine dei negozi fece capolino la copertina in cui lui e il sassofonista Clarence "Big Man" Clemons apparivano in una posa che celebrava la "fraternità rock", Bruce non poteva certo dirsi sicuro che per decenni avrebbe riempito gli stadi per i suoi memorabili concerti con quella poderosa macchina da palco che è la E Street Band. Ok, aveva già alle spalle due magnifici album poco venduti: lo consideravano il vero erede di Dylan, immagifinico come il Vate ma più di lui ossessionato dalle coloriture degli arrangiamenti. Dava la caccia a un suono in cui riversare l’epos cinematogra fico della sterminata provincia americana, per raccontarvi dentro le storie delle gang suburbane, delle combriccole di ragazzi inquieti che non sapevano come tirar l’alba, che speravano nel sedile posteriore in un drive-in per indovinare com’era davvero fatta una ragazza. Alla vigilia di "Born to run", Springsteen era già l’arruffato cantore di un New Jersey trasfigurato: il luogo mito divenne Asbury Park, che a metà degli anni Settanta era una città balneare in piena decadenza, mentre oggi (nonostante il colpo di maglio dell’uragano Sandy, ben esorcizzato nell’ultimo romanzo di Richard Ford) proprio grazie a Bruce, è un posto dannatamente trendy, e piuttosto caro per viverci. A un certo punto, un comitato locale propose di fare di "Born to run" la canzone uffi ciale dello Stato: in qualche modo non è sbagliato dipingerla così. Come nacque il disco? Grazie alla suprema ostinazione di Springsteen e del suo manager di allora, Mike Appel. Questi si trovò a battagliare con la casa discografica, che a metà delle registrazioni aveva vissuto un avvicendamento al vertice. Il nuovo presidente non era affatto convin to che quella canzone-guida, "Born to run", potesse affascinare le radio, e fu a un passo dal rompere il contratto con l’artista. Ma Appel, tignoso e geniale, andò a bussare alle porte dei dj più influenti, e in breve quel pezzo adrenalinico, che partiva con un tumulto ritmico come un motore già in quarta e ti trascinava subito sulla corsia di sorpasso della vita, invase tutte le emittenti d’America. Poi ci vollero mesi di lavoro in studio per completare il magnifico patchwork sonoro dell’album, una sinfonia pop fatta di amori nei vicoli, di estati che pare impossibile siano destinate a finire, di rischi e azzardi, di buone e cattive compagnie che danno vita agli smaniosi personaggi di «Jungleland», molti con la dolcezza dissimulat a dietro il ghigno d’ordinanza dello sbruffone. Ci vollero mesi, perché Bruce era un perfezionista, e non «t rovava mai la soluzione per far suonare quei colori da film» che aveva in mente, disse poi. Si chiamarono fuori il pianista David Sancious e il batterista Vini Lopez, sostituiti dopo estenuanti selezioni dal "Professore" Roy Bittan e da quel metronomo umano di Max Weinberg. Quando finalmente l’album fu completato, a Springsteen venne la tentazione di buttare i nastri in piscina e ricominciare tutto da capo. Per fortuna non lo fece. Con i proventi di "Born to run" si comprò una Chevrolet Corvette del ’60, sensato omaggio a quella liturgia del Dio-automobile che aveva appena concepito. A ottobre 1975 era già, nella stessa settimana, sulle copertine di "Time" e "Newsweek". Quarant’anni dopo, è al lavoro per il suo prossimo album, che pare sarà diverso da tutte le sue altre opere, e che dovrebbe uscire per Natale. Chissà se ogni tanto Bruce ripensa a Wendy. E a Peter Pan.
Quando Springsteen rubò a Peter Pan la ragazza per fuggire
Quarant'anni fa usciva il mitico album "Born to run"
