«Così vedo fra gli echi le nuvole e i raggi». Sono versi del poeta Lucio Piccolo di Calanovella, ascoltati nella sua villa in una Capo d’Orlando estiva, a riportare da una fioca lontananza di terre dipinte, da un groviglio accigliato d’ombre e di algida luce, il tempo antico di una mia vacanza (correvamo gli anni Sessanta), impigliata in una memoria attraversata da indefinibili suoni che si chiamavano per stanze come sfumate in penombre occhiute, corridoi di passi senza nome e ovattati silenzi rotti solo da sussurrati presagi di storie stampate forse da una lucerna sull’«intonaco», con il controcanto di un «parlottare fatuo nell’aria». Sprofondato in una poltrona, il poeta declamava liriche con la sua orfica voce prolungata in risonanze di epoche. Io, seduto su un divano araldico, intimorito e curioso, affascinato e perduto in un’orchidea musicale di novelle d’Arabia e soffi di mistero, ascoltavo il fruscio di figure e stagioni. Giovane assistente universitario, invitato dal padrone di casa a partecipare alla celebrazione di un rito d’arte e di arcano, trascorrevo i pomeriggi della mia straordinaria vacanza, spettatore di scene in cui una folata di simulacri si avventava sui «quattro punti del mondo». La realtà che mi circondava, i mobili preziosi, i quadri che non riuscivano a ingabbiare geroglifici di elfi e di chiromanti, le note basse di un pianoforte, diffuse da un inesistente «firmamento», il sibilo del vento che soffiava dalla marina remota, il latrato dei cani mi sembravano l’agguato ipnotico di stordenti fole, tra pareti appese all’«arbitrio» di colori, enigmi di spirali e «barbagli», riflessi di invisibili specchi. Era quella una stanza magica con la porta-finestra socchiusa sul dondolio dei rami del parco, un piccolo spiraglio verso l’esterno concreto, pulsante intorno alla «spelonca stellare» in cui vivevamo inimmaginabili ore e anche una scodella colma d’acqua conteneva un «sortilegio». Protagonista assoluto di «prestigi», il grande seduttore di «spettrali incontri» affidava a una sospensione di stregata attesa le sue parole di scintille e tutto si dilatava in una racconto con personaggi di carta che arrivavano, mascherati, dalla vita vera e con la vita vera che a poco a poco se ne andava in misteriose sagome deformi, forse per chiudersi in un libro, magnetizzata da un richiamo ignoto. Paesaggi esotici, leggende nordiche, proterve seduzioni di architetture barocche risillabati dalla voce monologante, sabbie arse di un’Oriente che non sai, fontane che sembravano zampillare nella «segreta» dimora e costellazioni oltre le «macerie di nuvole», fantasmi che sgusciavano da una cassapanca del Trecento, tenebrose simbologie che sgominavano ogni ragione, si stringevano intorno al poeta che recitando, parlando, convocando allucinate storie, dava inizio al suo fantastico, vagheggiato viaggio verso Gerusalemme. Era un appuntamento fatale, quasi ad ogni nostro incontro, girando intorno al tavolo colmo di libri e oggetti rari e poi girando ancora e ancora compitando i metri del circolare percorso e descrivendo sfondi immaginari, e segnando i chilometri, infine, su un taccuino, il poeta sommava le sue quotidiane tappe di avvicinamento immobile alla Terrasanta. Si riposava poi, soddisfatto, e pronto al suo prossimo, nuovo cammino verso la meta. Raggiunta, lo seppi a distanza di tempo. Questo surreale e letterario pellegrinaggio intorno a un epicentro di avventure fantasticate e messaggi planetari, minimale girotondo di «vespri sibillini», così breve e infinito, mi ha insegnato il recondito senso di un esaltante andare verso i luoghi più sognati e l’arrivo là dove ci chiama ciò che, ignari, vogliamo. Partire senza bagagli, senza il peso del quotidiano, senza prenotazioni di biglietti e alberghi, ma con la mente nei lampi di un destino. Per tentare e abitare i disegni di un inviolabile nostro inconscio. Una vacanza di assoluta libertà, che mi ha spalancato trame sconosciute di filosofia e astronomia, di letteratura, musica e di scienza, di grandi scrittori (campeggiava nei viaggi di Piccolo il metafisico Yeats) e di anime morte. E mentre il «sibilo delle stagioni» tardava ancora ad attraversare i vetri per perdersi nel nulla o per infilarsi in corridoi e anditi, rimbalzare su scale, sfiorare qualche «pavimento indiscreto», io mi accingevo a lasciare il palazzo ove continuava, incontaminata, la «folle pantomima» degli inganni. Risalivo sulla mia auto, parcheggiata in cortile sotto un sole invidioso, e dall’alta porta da cui accennava a un breve saluto, spariva l’immagine del poeta riagganciato dal suo moribondo eden di barlumi, dalla sua ammaliante Marienbad di lune. Sono stato di nuovo in quella casa per riascoltarne le voci. Ora, tornando qualche volta a Villa Piccolo per visitare la Fondazione, la remota vacanza ridesta lo «schermo dei sogni». Che puntualmente sfarina la «nemica clessidra». Nel dedalo del nuovo paesaggio mi sembra ancora di udire un «respiro», quello «polveroso dei tappeti», o d’«inchiostro disseccato» o quello che «in due sparte l'oscurità». E, intanto, si riannoda l'incantesimo di un «gorgo» lontano, tra meraviglia e sonno. E così, quella vacanza d’allora non si spegne mai, ma si ripresenta a ogni mia svolta di anni, sempre più piegati su se stessi e accesi là, a Villa Piccolo, dove il ricordo avverte un «brivido» di fulgore oltrepassare le «siepi del mondo».
Quel viaggio magico con il poeta
Il pomeriggio, Lucio Piccolo di Calanovella declamava le sue liriche in salone Poi girava attorno a un tavolo in un percorso immaginario verso la Terrasanta
