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Céline, inedito, ironico e provocatorio

Sartre lo accusava di essere antisemita e collaborazionista In realtà il genio letterario francese era solo un individualista

Nella primavera del 1932 Robert Denöel, all'epoca ancora un piccolo editore, ricevette un voluminoso plico di fogli dattiloscritti. Cominciò a leggerlo e ne rimase entusiasta. Al suo amico Robert Poulet, che lo ascoltò con un minimo di scetticismo e diffidenza, disse: «Stiamo per lanciare un libro straordinario, che farà epoca; l'opera di un ignoto che al primo colpo ha azzeccato un ritmo, uno stile, un linguaggio mai sentito prima. Il libro del secolo». Il dattiloscritto gli era stato recapitato una mattina da uno sconosciuto insieme a un altro testo, assai più breve, una storia a sfondo sentimentale, opera di una aspirante scrittrice. Denöel si recò a casa della donna, nel quartiere di Monmarte, e fra i due si svolse un dialogo surreale, da commedia degli equivoci. Poi si scoprì che il dattiloscritto che lo aveva colpito era di un condomino - "il medico pazzo", così era chiamato - che l'aveva consegnato alla scrittrice dicendole: «Visto che manda a quel pennivendolo il suo lavoretto ci aggiunga anche la mia balenottera». Denöel scese al piano di sotto incontrò finalmente il "medico pazzo", l'autore di quel dattiloscritto, un uomo che si avviava verso la quarantina, e lo trovò che si era appena alzato dal letto perché aveva fatto il turno di notte. Si chiamava Louis Auguste Ferdinand Destouches, che in seguito diventerà celebre con lo pseudonimo Louis Ferdinand Céline dal nome della nonna materna. Il libro, pubblicato quello stesso anno, «Viaggio al termine della notte», fece scalpore. L'aneddoto è raccontato da Robert Poulet in un suo piccolo, ma denso e affascinante volume, «Il mio amico Céline» (Castelvecchi), che, meglio di quanto non possa fare un ponderoso saggio critico, illumina la personalità e l'opera di uno dei maggiori e più controversi scrittori del Novecento. Poulet era uno scrittore belga, un polemista geniale e irritante, spesso provocatorio - si pensi, soltanto, ai titoli di alcuni suoi irriverenti pamphlet del secondo dopoguerra, da «Contro l'amore» (Castelvecchi) a «Contro la plebe», da «Contro la gioventù» a «Contro l'automobile» fino a «Contro i borghesi» -, uno di quegli intellettuali che, scrittore di punta del giornale Rivarol, era stato collaborazionista durante il regime di Vichy e, per questo, prima, condannato a morte nel 1945 e, poi, amnistiato. Era diventato amico di Céline, ne aveva curato come editor alcuni libri, ma lo aveva perduto di vista. Céline era tornato in Francia, dopo gli anni trascorsi in Danimarca in prigione e in triste esilio in una misera capanna sulle rive del Baltico, soltanto nel 1951 dopo l'amnistia. Il rientro era avvenuto fra le polemiche: Jean Paul Sartre, per esempio, in un velenoso pamphlet intitolato «Ritratto dell'antisemita», lo aveva additato come l'esempio emblematico dell'intellettuale collaborazionista. E ciò, malgrado il fatto che Céline, pur autore di alcuni sulfurei libelli antisemiti (da «Bagattelle per un massacro» a «La scuola dei cadaveri»), non fosse mai stato, in realtà, a differenza di molti altri celebrati intellettuali, un collaborazionista nel senso proprio del termine. Aveva affittato un villino in stile Luigi Filippo in una piccola località collinare, Meudon, a una decina di chilometri da Parigi. Lì, circondato dai suoi adorati animali domestici, viveva, isolato come "un anacoreta stanco", per usare una bella espressione di Poulet. Aveva ripreso, con poco successo, la professione di medico e si immerso di nuovo nella scrittura. L'autore di «Viaggio al termine della notte» (1932) e «Morte a credito» (1936) aveva cominciato a pubblicare, questa volta presso Gallimard, altre opere e a lavorare ai volumi che avrebbero formato l'amara e autobiografica «Trilogia del Nord». Poulet si recò più volte, fra il 1956 e il 1957, a trovare il vecchio amico, che sarebbe morto qualche anno dopo, nel 1961 e a discorrere con lui, delle sue opere, della sua vita, delle sue idee, delle sue simpatie e antipatie. Da quegli incontri è scaturito un volume originale, questo «Il mio amico Céline», che non è né un'intervista né un saggio, ma un mosaico di intuizioni, di riflessioni, di aneddoti, ma anche di emozioni. Un libro che chiarisce le scelte stilistiche di Céline facendo vedere come, per esempio, l'uso dei termini dialettali e di certe forzature grammaticali e sintattiche, fosse il risultato di una raffinata ricerca letteraria. Ma, soprattutto, un libro che ci presenta un Céline diverso dall'immagine che di lui è stata data, convenzionalmente. Scrive in proposito Poulet: «Un fascista, un antisemita inguaribile, un "collaborazionista" non lo è, come non è un resistente, un democratico o un nazionalista: è un anarchico, ha orrore delle ideologie e dei luoghi comuni, è un individualista feroce, con un fondo malcelato di tradizionalismo "vecchiafrancia" e il gusto della rivolta. Eccolo il célinismo, questo e nient'altro».

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