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L’uomo del Risorgimento tradito

Riflettori puntati sul cruciale rapporto Stato-Chiesa L’Italia tra l’empirismo di Cavour e il pensiero mazziniano

Si racconta che Mario Missiroli, un giorno, inviasse a Giovanni Ansaldo, una bottiglia di grappa. Questi gli rispose con un biglietto di ringraziamento: «Per convincerli che sei un ottimo direttore, ne offrirò un bicchierino a tutti quelli che parlano male del giornale da te diretto». Al che, Missiroli replicò: «Te ne manderò subito un’altra bottiglia, perché prevedo che la prima la berrai tutta da solo». L’aneddoto è gustoso e rivela, con un pizzico d’ironia, la saldezza dei sentimenti di amicizia che legavano i due grandi giornalisti, entrambi enfant prodige del loro mestiere. Se il genovese Ansaldo aveva cominciato, giovanissimo, a scrivere sui periodici della sua città, il bolognese Missiroli si era fatto le ossa su piccoli giornali che si pubblicavano in Romagna. Nato da una famiglia della piccola borghesia romagnola, Missiroli aveva esordito appena quindicenne collaborando a testate letterarie e satiriche locali e approdando nel 1908 al Resto del Carlino. La sua formazione culturale era eclettica. Risentiva, per un verso, del classicismo e dell’accademismo bolognese dominato dalla figura di Carducci e, per altro verso, delle pulsioni innovatrici e antipositivistiche circolanti nell’ambiente delle riviste fiorentine, nonché della revisione del marxismo operata dai sindacalisti rivoluzionari di matrice soreliana. La più forte influenza su di lui l’ebbe, però, Alfredo Oriani, il «solitario del Cardello», che Missiroli era solito frequentare, raggiungendolo in bicicletta nell’eremo di Casola Valsenio. Fu un rapporto, il loro - fra uno scrittore e pensatore ombroso e disilluso giunto quasi al tramonto della sua esistenza e un promettente giovane intellettuale di roseo avvenire - talmente profondo che Missiroli, anche nell’età più tarda, ne parlò sempre con nostalgia sostenendo che da quei colloqui era stato, per così dire, «iniziato alla vita morale». E pur se da altri pensatori, primo fra tutti Benedetto Croce, egli fu colpito, rimane il fatto che proprio la lettura critica della storia d’Italia in chiave idealistica proposta da Oriani in La lotta politica in Italia è all’origine del suo primo e più famoso libro, «La monarchia socialista», ora ripubblicato dalla casa editrice Le Lettere. Per quanto scritto di getto, «La monarchia socialista» era frutto di lunghe meditazioni sollecitate da molte letture. Il libro era costruito su una trama di intuizioni, contraddittorie in apparenza, talora paradossali, che seguono l’andamento logico di un ragionamento sviluppato attraverso un sottile gioco di tesi e antitesi. Nelle intenzioni dell’autore, esso si proponeva di «ridurre ad un solo problema - quello religioso - la storia d’Italia» dal 1848 in poi. Alla base del ragionamento c’era la convinzione che lo Stato moderno, ovvero lo Stato che trae legittimazione da se stesso e non da fonti esterne come la religione, fosse una creazione storica collegabile alla Riforma protestante, tant’è vero - precisava Missiroli - che esso si era pienamente realizzato nei Paesi dove la Riforma aveva attecchito. In Italia le cose erano andate in maniera diversa: non c’era stata quella Riforma, che altrove aveva caricato di eticità lo Stato, e si era sviluppato un processo storico culminato nella realizzazione di uno Stato unitario che non era tanto l’esito di uno scontro fra due concezioni del mondo, in qualche misura religiose, quanto piuttosto la vittoria dell’empirismo cavouriano su quei pensatori e protagonisti del Risorgimento, da Gioberti a Mazzini, per i quali, pur nelle loro diversità, tutta la storia «era veramente storia religiosa, storia cristiana». Insomma, il ragionamento di Missiroli spingeva verso l’idea del Risorgimento come Riforma mancata: un’idea già adombrata dall’Oriani di «La lotta politica in Italia» e destinata, poi, con ben altre valenze, a diventare centro della speculazione di Piero Gobetti. In altri termini, Missiroli apriva, con un approccio di tipo filosofico più che storico, la stagione della critica al Risorgimento come rivoluzione mancata. L’eticità dello Stato moderno implicava, secondo Missiroli, il conflitto con la Chiesa. La monarchia, però, aveva unificato il Paese sulla base dell’empirismo di Cavour e della sua idea della «libera Chiesa in libero Stato». Sotto questo profilo, essa aveva tradito lo spirito dello Stato moderno. Non solo. Con l’irruzione dei socialisti sulla scena politica, aveva spostato l’attenzione sulle questioni economiche, si era disinteressata delle relazioni fra Stato e Chiesa e aveva, in tal modo, nascosto «il vizio di origine dello Stato italiano». Sotto un certo profilo, la monarchia aveva incontrato il socialismo ed era diventata, grazie soprattutto a Giolitti e alle sue riforme, una «monarchia socialista». Quando ebbe fra le mani il libro del suo grande amico, Ansaldo - pur non condividendo il paradosso conclusivo di Missiroli secondo il quale il dualismo Stato-Chiesa avrebbe potuto essere risolto attraverso l’assorbimento dello Stato nella Chiesa in una novella teocrazia - ne sottolineò il «fascino particolare». La radicalità delle posizioni di Missiroli era dettata anche da quel gusto che lo stesso Ansaldo sottolineò anni dopo nostalgicamente: «Quanta malinconia! Com’era bella Bologna quando Missiroli poteva fare l’arrogante e spaventava i buoni borghesi con la logica del Sillabo!». Rimane il fatto che La monarchia socialista ha avuto grande influenza nella discussione storiografica sul Risorgimento, in particolare nella linea che da Gobetti giunge fino allo Spadolini di «Il papato socialista», e ha rappresentato il primo tentativo di presentare, in maniera organica, il rapporto fra Stato e Chiesa come problema centrale del Risorgimento italiano.

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