Nel tardo pomeriggio del 21 febbraio 1913 al teatro Costanzi di Roma si ebbe un evento memorabile. Quel giorno si ebbe una delle cosiddette "serate futuriste" che, a differenza di quelle che l'avevano preceduta, ebbe una larghissima eco. Queste serate, provocatorie e irriverenti, erano cominciate già da qualche anno. L'idea era stata di Filippo Tommaso Marinetti che aveva deciso di organizzare, in varie città d'Italia, spettacoli durante i quali venivano letti manifesti futuristi, declamate poesie futuriste, eseguita musica futurista in un clima di esaltazione che finiva, spesso, per provocare l'intervento delle forze dell'ordine. Quella sera, però, il meeting fu davvero particolare. Qualche tempo prima, all'inizio dell'anno, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, ormai ritenuta chiusa l'esperienza legata periodico di Giuseppe Prezzolini "La Voce", avevano dato vita a una nuova testata, il quindicinale "Lacerba", che aveva fra i suoi più illustri collaboratori il poeta Aldo Palazzeschi e che recava, sotto la testata, un verso provocatorio: "Qui non si canta al modo delle rane". Questa nuova testata, nata all'insegna della rivendicazione anarchica del "genio" e del "superuomo", era diventata subito un punto di ritrovo dei futuristi i quali, come avrebbe scritto in seguito Prezzolini, proprio con Papini guadagnarono "quella forza di penetrazione popolare che non avevano mai avuto; e la guadagnarono, questa forza, al punto che "senza Papini le serate futuriste sarebbero state soltanto buffonate e accademie noiose". Quel pomeriggio del 21 febbraio 1913, al Teatro Costanzi di Roma vide, per così dire, l'esordio di un Papini, che ormai viaggiava a braccetto - anche se la sua adesione al movimentò sarà, invero, di breve durata - con i futuristi. E di futuristi, in quella serata a inviti, ce n'erano molti: pittori come Boccioni, Russolo, Carrà, Balla e Soffici, ma anche poeti come Luciano Folgore, Cavacchioli, Libero Altomare e Auro D'Alba. Per non dire, naturalmente, dello stesso Marinetti che fu invitato, quasi costretto, a recitare qualcosa di suo. Venne prima eseguita, una musica futurista, la Sinfonia della vita, del maestro Balilla Pratella, poi prese la parola Giovanni Papini con un discorso, continuamente interrotto dal pubblico, pieno di improperi contro Roma e contro Benedetto Croce. Fu un pandemonio, ma anche un successo. Prezzolini, che non amava i futuristi ma che era legato a grande amicizia con Papini, anni dopo avrebbe scritto: "i futuristi dettero a Papini una cattedra dalla quale arrivare a quella massa che non aveva mai toccato. I suoi paradossi eran sempre restati nel cerchio delle persone colte. Il Discorso di Roma, che ebbe quattro edizioni, lo portò da un cerchio di duemila a un cerchio di duecentomila lettori. Da quel giorno Papini ebbe una fama, i suoi libri si smerciarono, i suoi articoli furono ricercati. Più spaventose erano le cose che scriveva e più incontravano". A rileggerlo oggi quel discorso di Papini, ora ripubblicato con il titolo "Contro Roma" dalla casa editrice Elliot, colpisce ancora per la sua forza dissacrante. È, forse, la più dura invettiva che sia stata mai pronunciata contro la Città Eterna e contro la retorica che ne avvolgeva il nome. Roma diventava, per Papini, "il simbolo maggiore di quel passatismo storico, letterario e politico che ha sempre adulterato la vita più originale d'Italia". La sua grandezza e la sua ricchezza s'erano costruite "a spese dei vicini e dei lontani" per cui era stata sempre "intellettualmente parlando, una mantenuta". Non basta: "questa città ch'è tutto passato nelle sue rovine, nelle sue piazze, nelle sue chiese; questa città brigantesca e saccheggiatrice che attira come una puttana e attacca ai suoi amanti la sifilide dell'archeologismo cronico, è il simbolo sfacciato e pericoloso di tutto quello che ostacola in Italia il sorgere di una mentalità nuova, originale, rivolta innanzi e non sempre indietro". Per questa "cara e grande metropoli" Papini confessava di provare, da molti anni, "una repulsione che in certi momenti arriva quasi all'odio". È comprensibile come e perché il discorso dello scrittore toscano venisse continuamente interrotto da grida, risate, insulti, tumulti fino al punto da far diventare, durante certi passaggi particolarmente duri, la voce dell'oratore del tutto incomprensibile. In realtà le parole irriverenti di Papini non avevano quella carica contestatrice che, moltissimi decenni dopo, sul finire del secolo passato, avrebbero avuto gli slogan leghisti contro "Roma ladrona". La sua analisi, infatti, secondo lo spirito dei futuristi, intendeva denunciare la tendenza ad adagiarsi sulle glorie del passato senza avere la capacità, o la volontà, di cavalcare la tigre della modernità. Riecheggiava le accuse di "passatismo" che Marinetti aveva rivolto ad altre città italiane, dalla storia parimenti gloriosa, come Venezia e Firenze. Erano, insomma, quelle critiche di Papini, pur con i loro toni iperbolici, il frutto di una contestazione, prima che politica, culturale. E, sotto un certo profilo, esse, pur ingenerose, coglievano nel segno denunciando la insensibilità di certi ambienti culturali della città verso manifestazioni di pensiero eterodosse rispetto alle stratificazioni della retorica trionfante. Non è un caso, in proposito, che, nell'ultima parte del discorso, egli si scagliasse contro un monumento della cultura filosofica dell'epoca, Benedetto Croce, definito "insigne maestro di color che non sanno" "grand'uomo per volontà propria e per grazia della generale pecoraggine ed asinaggine". È vero, come ha scritto un altro toscano illustre, Roberto Ridolfi, il grande biografo di Machiavelli e di Savonarola ma anche di Papini, che il "Discorso di Roma fece più chiasso di quella chiassata" che fu il meeting futurista del teatro romano. Ma è anche vero che - messa da parte ogni indignazione e collocatolo nel suo tempo - esso offre spunti di riflessione e di autocritica.
L’invettiva di Papini contro Roma
«Questa città, con il suo passatismo cronico, è una mantenuta» Ma l’attacco nacque per una polemica culturale, non politica
