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Le verità di Campana genio e sregolatezza della poesia perduta

Nel libro di Soffici i retroscena sul poeta toscano

Una storia toscana bella ed amara quella che ha come protagonisti Dino Campana e Ardengo Soffici alle soglie della Grande Guerra. Vale la pena di raccontarla a un secolo dal conflitto, anche perché vi si intrecciano altre due ricorrenze: sono passati cento anni dalla prima edizione dei «Canti Orfici» dove Dino travasò tutta l’allucinata forza creativa che gli ribolliva nella mente e nel cuore; e son trascorsi cinquant’anni dalla morte del Sor Ardengo a Forte dei Marmi. E poi ecco un’altra «occasione»: l’Associazione Culturale «Ardengo Soffici» di Poggio a Caiano ha pubblicato, con postfazione di Luigi Cavallo, il Quaderno «Dino Campana a Firenze» (pp. 23, euro 7). Riproponendo un capitolo dei sofficiani «Ricordi di vita artistica e letteraria» (Vallecchi, 1931), dove l’incontro tra il «ladro di fuoco» di Marradi e i battaglieri avanguardisti di «Lacerba» è raccontato con vivacità di accenti, condita da qualche rimpianto. La «scena»? Firenze, una mattina di inverno del 1913. Fa un freddo cane. Soffici e Papini, appena arrivati alla tipografia Vallecchi, dove si stampa «Lacerba», trovano un giovanotto sui venticinque anni che li sta aspettando. Ha capelli e barba biondi, occhi celesti, faccia piena e di colore roseo. Mamma mia, com’è vestito! Niente soprabito, in testa «un cappelluccio che somiglia a un pentolino», addosso «una giubba di mezzalana color nocciola» simile a quelle che portavano mezzo secolo prima i contadini e i pecorai, «i piedi diguazzanti in un paio di scarpe sdotte e scalcagnate», e infine un paio di pantaloni troppo corti per lui, e d’un tessuto «incredibilmente leggero, giallastro, a fiorellini azzurri e rosei uguale in tutto alle mussoline onde si servono i barbieri di paese per i loro accappatoi, e le massaie povere per le tendine delle finestre che danno sulla strada». Il tipo si presenta: si chiama Dino Campana, è un poeta ed è venuto a piedi da Marradi (!) a far leggere le sue poesie, averne un parere e magari vederle stampate sulla rivista. Il manoscritto ce l’ha in tasca ed è un taccuino di carta «ruvida e sporca», del tipo di quelli usati da sensali e fattori per segnarci i conti delle compre e delle vendite. Gli avanguardisti di «Lacerba» sono, sì, rivoluzionari, ma anche un po’ snob e quel Campana dall’aria decisamente selvaggia, lo guardano un po’ dall’alto in basso. Nei giorni successivi, però, leggono il suo scartafaccio. E apprezzano. Ci son cose buone, «Lacerba» le può ospitare. Solo che Campana è sparito e «non dà più segno di vita né con imbasciate né con lettere». Ricompare a Firenze qualche mese dopo in occasione dell’esposizione futurista di via Cavour, vestito nello stesso modo. D’accordo, è un tipo stravagante, però c’è in lui dell’originalità, del genio. Grandi accoglienze, dunque, da parte della variegata fauna dei caffè letterari, da quello delle «Giubbe Rosse» a «Paskowski». E lui ci sta. Dà mostra di conoscere gli autori antichi e moderni, cita quello e quell’altro, declama. E beve. Tanto. Ed ha un «caratterino»...Cambia continuamente d’umore, è permaloso ed attaccabrighe. Genio e sregolatezza? Pare proprio di sì. Dopodiché nuova fuga e nuovo ritorno. Intanto Soffici l’ha fatta grossa. Papini gli aveva dato il manoscritto in custodia, Ardengo ha traslocato e non lo trova più. Campana possedeva solo quella copia, voleva stampare il suo libro, e, in cuor suo, chissà, pensa di strozzare quei due signorini inaffidabili. Ma reagisce col silenzio. Trascorrono altri mesi, fino a quando lo sguardo di Soffici è attratto da un volumetto dalla copertina gialla in una libreria del centro. Il titolo gli va subito a genio: «Canti Orfici». L’autore è Dino Campana che, a memoria, verso dopo verso, ha ricostruito quel che era stato perduto. Ardengo gli invia una lettera a Marradi per fargli i complimenti. E Dino ricompare a Firenze da trionfatore. Ma è sempre più strano. Va in giro con le copie dei suoi «Canti», le vende a chi gli pare, qualche volta straccia delle pagine perché, ecco, quel tal compratore certi versi li capirebbe, e allora... Geniale, sregolato e matto come un cavallo, il Nostro? Bè, della sua vita si sono occupati in tanti - in particolare va segnalato il Sebastiano Vassalli di «La notte della cometa» (Einaudi)- e di «ragioni» che lo avessero portato a «sragionare» ce n’erano, eccome! Da ultimo, la divampante e disperata relazione con Sibilla Aleramo, scrittrice, poetessa e, soprattutto, «sciupamaschi». Il povero Dino era già stato abbondantemente «sciupato» dalla vita, a partire dal disamore materno, con infiniti travagliati giorni al seguito e il manicomio sempre in prospettiva. E sarà proprio qui, nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci, in quel di Firenze, che verrà internato nel 1918 e terminerà i suoi giorni nel 1932. Soffici lo ricorda con ammirata pietas. E forse c’è anche un vago, non confessato senso di colpa: come si fa a perdere il manoscritto di un genio?

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