Non era certo un tipo che passasse inosservato lo scrittore Federico De Roberto, quando - siamo sul finire dell'Ottocento - lo si vedeva gironzolare nella catanese via Etnea, tutto assorto nei suoi pensieri. Ecco il ritrattino che ce ne fa Vitaliano Brancati: «Andava vestito con molta eleganza, la caramella nell'occhio destro, pensieroso, assente, con la testa sempre alla massima altezza, quasi scivolasse sopra un lago tranquillo, essendogli impossibile, a causa di una malattia, staccare i piedi dal suolo». Quali erano le segrete inquietudini che affliggevano questo intellettuale che godeva della stima e dell'amicizia di Giovanni Verga e di Luigi Capuana, concordi nel ritenere il suo romanzo - "I Viceré", pubblicato nel 1894 - uno straordinario affresco storico e un altrettanto straordinario scavo nei meandri del cuore umano? Il fatto è che il siciliano De Roberto soffriva di una pena che si chiama da sempre "mal d'amore" e considerava Catania come una "gabbia", una "prigione", una "trappola", una "stanza della tortura": insomma, detestava quella città "in cui conduceva una vita da orso", che lo "attanagliava" e lo "sprofondava in un grigiore claustrofobico, in un inesausto rancore". E a dircene le ragioni sono Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla, curatori del ricco carteggio tra lo scrittore e l'amatissima Ernesta Valle, la fascinosa, colta, raffinata (e sposata) nobildonna milanese, di cui Federico si era subito invaghito il 29 maggio 1897, nel salotto di casa Borromeo, durante un suo soggiorno nella "capitale morale" («Si dubita sempre delle cose più belle. Parole d'amore e di letteratura», Bompiani, pp. 2133, euro 35). Ahimé, com'era lontana dalla Sicilia quella Milano che gli faceva palpitare il cuore! Ma che cosa voleva dire "Milano"? «Il dizionario geografico è sbagliato: dice che è la capitale della Lombardia. Errore grave. Milano significa Renata, Amore, Gioia, Voluttà, Conforto, Pace, Sorriso, Bellezza, Tripudio…». Renata. Meglio ancora: Ri-nata. Così Federico aveva ribattezzato Ernesta che grazie a lui nasceva a nuova vita. Come a una nuova vita lei stessa lo aveva fatto nascere, così come era avvenuto per Dante, allorché aveva conosciuto Beatrice. Già: "incipit vita nova". E, intendiamoci, il fervore amoroso andava di pari passo al fervore culturale che rendeva particolarmente frizzante l'aria meneghina e che si spandeva come un benefico contagio su tutti gli artisti. In particolare, ne venivano catturati proprio quelli che venivano dalla Sicilia: Verga e Capuana erano convinti sodali degli scapigliati, dei veristi, dei positivisti; e De Roberto volentieri si immergeva in questa atmosfera di feconda creatività. «Milano rappresentava la capitale dei poteri mediatici, finanziari, culturali, la città più progredita, operosa, ricca di vivacità artistica e di brulicanti iniziative…». C'erano le grandi case editrici, a partire dai Fratelli Treves; giornali come il "Corriere della Sera" e il suo mensile, "La Lettura"; teatri come la Scala; eleganti ritrovi come il Biffi, il Cova, il Savini; salotti elitari come quello di Virginia Borromeo e dell'amata Ernesta Valle, coniugata con l'avvocato messinese Ribera e madre di un bimbo; esponenti dell' intellighentsia come Eugenio Torelli, Giuseppe Giacosa, Sabatino Lopez, Ugo Ojetti, Arrigo Boito, Marco Praga… De Roberto - che tra l'altro collabora a testate prestigiose come il "Corriere della Sera" e "La Lettura" - vive una specie di ebbrezza. Per poco però: dopo la permanenza di cinque mesi nel capoluogo lombardo, "deve" tornare in Sicilia, lontano, molto lontano dalla sua Renata. Con cui tesserà, con cadenza talora quotidiana, un rapporto epistolare destinato a durare fino al 18 novembre 1903, "in un intricato, pertinace intreccio di temi intimi e letterari", minuziosi resoconti quotidiani, cronache di viaggi ecc., mentre via via sfuma "la speranza di trasferirsi definitivamente vicino alla donna e ai luoghi diletti, magari con la madre, il fratello Diego e la sua famiglia". Ecco, in quel "deve" che abbiamo utilizzato per parlare del ritorno di Federico a Catania dopo l'ammaliante soggiorno milanese, c'è tutto il "male oscuro" o, se si preferisce, il sofferto "senso del dovere", di Federico, figlio devotissimo dell'"occhiuta" e "tirannica" nobildonna Marianna Asmundo, rimasta vedova in giovane età. Federico è legato a lei da "tenerissima, anche se talora angosciosa dedizione", anche perché è stata la madre, vero e proprio "archivio storico" vivente, a fornirgli ogni sorta di notizia e di stimolo per mettere a fuoco un mondo: quello descritto nei «Viceré», che, come è noto, racconta, in un arco di tempo compreso tra il 1855 e il 1882, la storia della famiglia catanese degli Uzeda, principi di Francalanza (da ricordare la riduzione televisiva curata nel 2006 da Roberto Faenza e interpretata da Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi e Cristiana Capotondi). Nessuno strappo con la propria famiglia, dunque, da parte di Federico: mentre Renata, che pure non mette mai in discussione l'amore materno e quello filiale, è ben cosciente di quanto Marianna possa esserle "nemica". Intanto, Federico si isola sempre più dalla sua Catania, fino alla più "desolata sconsolatezza". Resta il Carteggio a svelare le tempeste d'amore di un uomo in apparenza austero, schivo, chiuso nelle sue nevrosi. Restano lettere sovraccariche di pathos erotico, al limite della frenesia. Ecco Federico. «Non mi scrivere più che fai il bagno, non mi scrivere più che ti alzi nel cuore della notte; non mi dare l'imagine delle tue forme libere da ogni velo; se no andrò a finire in una casa di salute. Parlami delle tue vesti, dei tuoi mantelli, delle tue pellicce: spiegami che il tuo corpo, le tue forme, la tua carne, sono chiuse ermeticamente, e che neppure tu le puoi vedere; e che io, io solo, un giorno, schiuderò con le mani febbrili quel tesoro, e me lo godrò, tutto quanto, tutto quanto come non mai: che ti succhierò le dita dei piedini, che ti leccherò i ginocchi, che ti morderò, che ti… E basta». Lei è meno esplicita, più pudica e più romantica. E tuttavia non le dispiace che lui, piuttosto che parlarle delle - impossibili - dolcezze di una vita in comune, rievochi «imagini voluttuose, scottanti: io ne rimango sfinita, è vero; i miei nervi si tendono e sussultano, sulle labbra sento soffi misteriosi, sulle carni che bruciano si posano invisibili carezze; è una tortura anche quella, ma meno intensa, meno dolorosa, meno crudele che questa che mi procuri (…), accennando al mio posto vicino alla tua scrivania, vicino a te, alla muta carezza dei nostri sguardi, dei sorrisi, al nostro lavoro, così uniti, così felici! Dio mio, c'è da impazzire…».
L’amore segreto di De Roberto
Il carteggio del grande scrittore dei «Vicerè» con Ernesta Valle La nobildonna milanese era famosa per i suoi salotti elitari
