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Caccia aperta a Re Presley

Elvis era nato ottant’anni fa I suoi avvistamenti continuano

Il "Daily Express" ha azzardato una ricostruzione al computer: l’immagine è quella di un simpatico vecchiotto, la faccia massiccia, gli immancabili basettoni a incorniciare le guance cascanti. D’altra parte, Elvis avrebbe appena compiuto 80 anni. Due giorni fa la moglie Priscilla e la figlia Lisa Marie hanno festeggiato la ricorrenza con una diretta streaming dalla residenza-museo di Graceland (la seconda dimora più visitata degli Stati Uniti dopo la Casa Bianca) e un’asta con cimeli che sono a un passo dal diventar reliquie: la prima patente di guida del Re del Rock, un disco-acetato che Elvis aveva inciso giovanissimo per la sua amata mamma Gladys, o la giacca che indossava in "Viva Las Vegas". C’è perfino un orsacchiotto di peluche - un "teddy bear", come da canzone omonima - che l’artista aveva donato alla figlia malata di una fan. In queste ore è partita anche la vendita dei suoi due aerei privati, il Lisa Marie e l’Hound Dog II, destinati agli hangar di munifici collezionisti, perché ormai non più in grado di spiccare il volo. Il mondo celebra Presley in ogni maniera: una mostra di memorabilia alla 02 Arena di Londra, un’app di Spotify per mostrare come tutta la storia del rock - sino alle contaminazioni contemporanee - discenda da lui, e un sito ufficiale nuovo di zecca. Eppure - nonostante il miliardo abbondante di dischi venduti - Elvis non trova mai pace: perché, a dispetto di ogni evidenza, sono ancora in tanti a fantasticare attorno all’ipotesi che il Nostro sia tuttora in vita. "Solo" ottant’anni compiuti: il che autorizza gli irriducibili a continuare a cercare indizi per ogni dove, e poco conta se infondati, improbabili, apertamente fantasiosi. A Ottawa c’è la sede della "Elvis Sightings Society", posta a lato del vicolo "Elvis is alive", che da decenni raccoglie gli avvistamenti della star successivi alla data del 16 agosto 1977, quando fu trovato morto in bagno dalla fidanzata Ginger Alden. La sera precedente, Elvis aveva affrontato con il suo team i preparativi per un concerto a Portland, più tardi si era seduto al piano fino a notte fonda e aveva provato delle canzoni: l’ultima da lui interpretata era stata il country "Blue eyes crying in the rain". Malgrado una consistente dose di barbiturici (per lui abituale, a quel punto), il sonno non lo soccorse. Al mattino si dedicò alla lettura del volume "Una ricerca scientifica sul volto di Gesù", poi all’ora di pranzo la tragica scoperta del suo cadavere. Attacco cardiaco, inevitabile per le sue sconsiderate abitudini alimentari (era arrivato a pesare 158 chili). Ma al termine di quella funesta giornata era già partita l’onda dello scetticismo: no, il Re non poteva essere morto. Il National Enquirer pubblicò in prima pagina lo scoop di Elvis nella bara, vendette 7 milioni di copie, poi si scoprì che era un falso. Qualcuno notò anche il "refuso" inciso sulla tomba: il secondo nome scritto come "Aaron", non "Aron". Possibile? E perché mai avrebbe dovuto inscenare la sua scomparsa? Semplice, spiegarono i complottisti. Aveva appena cacciato dal suo entourage certi loschi ceffi ridenominati la "Memphis Mafia", e questi glie l’avevano giurata. Solo in quei giorni aveva ricevuto più di 300 messaggi di morte, e c’era stato persino chi aveva insinuato che Elvis fosse coinvolto nell’assassinio di JFK. Che fosse vicino al lato oscuro del potere era del resto un fatto noto: a metà degli anni Settanta aveva tormentato Nixon perché lo nominasse agente speciale antinarcotici dell’Fbi. Alla fine, in una situazione grottesca, il presidente lo ricevette alla Casa Bianca come un piantagrane, gli strinse la mano e gli concesse il distintivo-patacca. Elvis, tutto fiero, giurava di voler contrastare l’invasione di "quei drogati capelloni inglesi": i Beatles. Che a quel punto si erano già sciolti, e che lui dieci anni prima aveva ricevuto, da Sovrano del rock, non da mito deposto, nella sua villa di Bel Air. L’Fbi gli avrebbe garantito protezione, e lui stesso avrebbe firmato il proprio certificato di morte, prima di darsi alla macchia. Dove? Lo hanno avvistato in ogni angolo d’America, dal ’77 a oggi. Grande scalpore vi fu attorno a una foto dell’84 in cui si vedeva un presunto Elvis accanto al suo amico Muhammad Alì e a Jesse Jackson, e un suo cognato l’aveva persino "riconosciuto", prima che il vero uomo della foto, Larry Kolb, si facesse avanti. Gli irriducibili si dicono certi che incida dischi sotto vari pseudonimi: Jon Cotner, Doug Church, Ron Jesse. Ma la storia più suggestiva (eccezion fatta per quella che pretende un’origine extraterrestre per Presley, poi tornato nel suo pianeta) è quella fatta circolare nel 2007 dal fotoreporter statunitense Matt Frost: era riuscito a entrare in un ospedale all’Avana, a caccia di uno scatto di Fidel Castro malato. Su un letto vicino notò un individuo che somigliava troppo ad Elvis per non essere lui. Questi infatti, credendosi scoperto, si avvicinò a Frost e gli confidò: "Sì, sono io", prima di concedergli una sensazionale intervista nella quale rivelava di essersi rifugiato a Cuba subito dopo la sua finta morte. Fosse ancora lì, dopo la fine dell’embargo, per l’ottantenne Elvis non ci sarebbe più tranquillità. La caccia al fantasma riparte, almeno per un’altra ventina d’anni.

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