Mi è accaduto più volte in passato di confrontare la visionarietà di Tim Burton, sia pure con immagini meno folgoranti, addirittura con quella di Fellini. Per esempio dopo "Sweeney Todd - il barbiere diabolico", dopo i due "Batman", dopo "Edward mani di forbice" e, da ultimo, "La sposa cadavere". Carichi di suggestioni e di ricerche continue in mondi abnormi. Oggi, con "Big Eyes", sembra che Burton abbia cambiato rotta. Intanto parte da un fatto di cronaca realmente accaduto, quello che, fra i Cinquanta e i Sessanta, coinvolse, fino a un divorzio esacerbato, i coniugi Keane. Lui, Walter, un esperto imbonitore, molto lesto nelle vendite, lei, Margaret, una straordinaria pittrice i cui dipinti, specialmente con bambini tristi dagli occhi enormi, l'altro riusciva a vendere facilmente, anche a prezzi alti, dicendo di esserne l'autore perché "l'arte femminile non si vende". Una frode che andò avanti per anni, ingannando pubblico ed esperti fino al momento in cui Margaret, umiliata di fronte a quei successi e a quel denaro che avrebbero dovuto appartenerle, gettava la sua maschera remissiva per raccontare a tutti la verità. Furore quasi isterico di Walter e subito un processo finito con la vittoria di Margaret con risarcimenti milionari quando il giudice chiese ad entrambi di eseguire davanti a lui uno dei dipinti sempre attribuiti a Walter il quale, incapace di tenere in mano un pennello, non riuscì nemmeno a fingere di cominciare. Un fatto di cronaca, appunto, molto noto in quegli anni, di cui il solo elemento che poteva coinvolgere Burton era quel gioco spesso drammatico della finzione architettata dai coniugi con quella sua conclusione tutta in nero. Burton, però, non esitò ad alleggerirla con il finale lieto di quel processo puntualmente scandito secondo tutte le regole di Hollywood. Una delusione per chi ha sempre privilegiato le sue tante diavolerie anche se, a questa sua nuova fatica non possono negarsi dei meriti. Specialmente nella costruzione di quella vicenda dominata, nella seconda parte, dalla suspense in attesa che la moglie, angariata, vilipesa e perfino minacciata di morte, si decidesse a ribellarsi e a sbugiardare il marito. Consentendo così allo spettatore, di tirare un sospiro liberatorio. Provocato anche dall'abilità con cui si sono mossi i protagonisti, Christoph Waltz che, per il marito truffaldino e avido, ha saputo creare un personaggio che rasenta la cialtronaggine e Amy Adams, nella quasi umile figura della moglie, composta e modesta anche quando si vede dar ragione.
Tim Burton a caccia di occhi grandi
Mi è accaduto più volte in passato di confrontare la visionarietà di Tim Burton, sia pure con immagini meno folgoranti, addirittura con quella di Fellini.Per esempio dopo "Sweeney Todd - il barbiere...
