«Abbiamo fatto fatica a trovare tutte queste persone incensurate a Roma». Cominciano con un monologo tradizionale e prevedibile i Dieci comandamenti secondo Roberto Benigni, su Rai Uno, in prima serata, ché - dice il Benignaccio (che fu) - «siamo in regola con i permessi, abbiamo avuto quello della Rai, della Questura e della banda della Magliana». Un prologo sulla cronaca legata a mafia capitale ed all'inchiesta sulle corruzioni di Roma, che dura poco e tutto all'insegna di una scontata ironia, nazionalpopolare avrebbe detto una volta il buon Pippo Baudo, conduttore dei Fantastico dei sabato sera nazionali del tempo che fu, nel secolo scorso. «Signorina mi fissi alle undici una riunione con il magnabudella»; «Ma no a quell'ora c'ha già il tricinciapalle». E pure Matteo Renzi - prosegue Benigni - in questo decadimento nazionale della Capitale se n'è andato dal Papa, ad incontrarlo, perché gli garba molto il sistema elettorale che c'è da quelle parti, nelle zone di San Pietro, il Vaticanum: vieni eletto e governi per tutta la vita. Quindi via, parte la sua tiritera sui fondamenti della religione, con i dieci comandamenti, perché alla fine è sempre meglio parlare della Bibbia che di Rebibbia (ndr, il carcere romano). Diciamolo, anche se non siamo di sinistra: una battuta facile, da Bagaglino, si sarebbe detto una volta ma non perché il Bagaglino non fosse divertente, bensì per un gusto estetico del comico. Quindi - dopo il monologhetto - pronti e partenza, con il viaggio nella religione e nel decalogo raccolto sulle tavole da Mosè, che per il comico toscano, ora cantore civile (questo pare il suo sogno dopo le letture della Divina Commedia, dell'inno di Mameli, della Costituzione) incarna un uomo straordinario. I dieci comandamenti - sostiene Benigni - son come fare una cura ricostituente all'anima. Per cui via anche le gabbie ad i superlativi, perché parlar di Dio al normale diventerebbe complicato. «I dieci comandamenti, scritti da Dio con il suo dito - e non fate facce strane - perché stasera noi dobbiamo credere in Dio per due ore, senza fare storie anche perché andate al cinema e credete a Batman, a Superman, all'Uomo Ragno». Parla Roberto. E poi il grande guitto si interroga: ma tu Benigni, ci credi in Dio? Beh, se «Dio non c'è, non comincio neppure lo spettacolo, non scherziamo». Sembrano, ascoltando il monologo del comico di Vergaio, passati anni da quando più che un ventriloquo di Mosè - che tartagliava ed ed era balbuziente - Roberto Benigni sembrava l'arcidiavolo, dissacrando il sapore dell'aldilà con battute sul Signore e sull'umanità. Ieri, raccolto nella sacralità tv su Rai 1, incastonato in una scenografia che si ripete ormai da anni, dalla Divina Commedia alla lettura della Costituzione, il legno, la circolarità, la gente assisa intorno e lui preceduto dalla solita musichetta, tatatara tatarara, tatatara tatarara. Intendiamoci, nella partenza, c'è pure spazio per i ricordi, del Benigni di una volta, lassù in una porzione di Toscana, dove iconoclasta custodiva i propri sogni di attore, «Don Tasselli - rammenta Benigni - con mio babbo spesso ci discuteva. "Complimenti, guardi che bell'orto ha fatto con l'aiuto di Dio". E lui, il mi babbo: "Doveva vedere com'era quando lo curava lui da solo"». Perché Benigni comincia come sempre con un monologo, parlando non dei dieci comandamenti ma partendo da se stesso, raccontando il suo rapporto personale con Dio e con la cronaca. Il rapporto con Don Tasselli, appunto, e con quella incredulità toscana che si porta appresso la miscredenza, come tradizione di strapaese e di quotidianità. Ma di quella giovinezza, nel Benigni di ieri, c'è stato davvero poco. Molto c'era dell'attore repubblicano, maggioritario nel senso delle Istituzioni, che siano i dieci comandamenti o la Costituzione, la Divina Commedia o l'Inno di Mameli declamato ad un Festival di Sanremo, nel 150mo dell'Unità di Italia. Un conformista, di successo, in prima serata. Un gran divulgatore che sembra voler sostituire l'educazione civica ormai dimenticata nelle scuole. «Sono i dieci comandamenti, semplicissimi e vertiginosi». Ascoltarlo, il Benigni del 2014, mentre si trastulla in questa religiosità da prima serata fa venir a mente quello che fu. Un anticonformista senza freni che scuoteva persino il paradiso terrestre: «E Dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza, poi prese una costola da Adamo e fece Eva, ebbero due figli, Caino e Abele…du' figli? Caino e Abele?! Non t'avevo detto Adele, un maschio e una femmina? Caino e Adele t'avevo detto!! Adele! Ma che nome è Abele, ma chi l'ha mai sentito? Du' maschi m'hai fatto…e infatti si so' ammazzati, per forza! Du' maschi chi trombavano, scusa?!».
Benigni. Sacro e profano
Il monologo del comico sui Dieci Comandamenti. Da Mafia Capitale al premier e l’incontro col Papa
