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Al Caffè della Pace si abbassa il sipario

Al posto dello storico locale potrebbe sorgere un albergo

La parola «fine» per l'antico Caffè della Pace è arrivata anche in via ufficiale. Quello che la famiglia Serafini, che gestisce da un cinquantennio il locale a due passi da Piazza Navona, temeva da un momento all'altro, è accaduto l'altro ieri sera: direttamente alla porta del Bar si è presentato l'ufficiale giudiziario. Si tratta di un primo accesso al quale ne seguirà un secondo e infine un terzo, che potrebbe contare la presenza delle forze dell'ordine e quindi significare lo sgombero coatto. Una manciata di settimane, forse, ma poi i sigilli scatteranno per sempre. Si cambia, al posto del Caffè voci sempre più insistenti dicono che nascerà un albergo e il locale molto probabilmente si trasformerà in una hall accogliente e moderna che nulla però avrà più a che vedere con quella bottega e quel pezzo di storia della Capitale. Di certo, quel posto non potrà neanche lontanamente ricordare il locale con le sue effigie e i suoi arredi che, di proprietà della famiglia Serafini, saranno tutti portati via. Nonostante la politica ci abbia almeno fino ad un certo punto messo la faccia e cercato una soluzione senza però trovarla, la proprietà, l'Istituto religioso Santa Maria dell'Anima, non ha indietreggiato di un millimetro rispedendo al mittente ogni tentativo di arrivare ad un accordo con gli attuali gestori che non contemplasse la chiusura del locale e rifiutando perfino la proposta di un aumento significativo del canone di affitto. Nulla di fatto. L'iter definitivo ormai è avviato. A chi ha tentato in questi mesi di evitare l'inevitabile non resta che il rimpianto. «Le Botteghe Storiche continuano a chiudere per lasciare il passo magari ad una delle 2500 società fantasma del malaffare romano - spiega Giulio Anticoli, Presidente di Cna Botteghe Storiche - all’ennesimo fast food, ad una famosa azienda di scarpe ginniche come successo per la libreria Croce o ad un negozio d’abbigliamento di discutibile livello come accaduto nell’antica libreria Herder, dove sono stati esposti fino a pochi giorni fa capi scontati di oltre il 70%, sotto l’insegna non rimossa della prestigiosa libreria datata 1925». A nulla sono servite le oltre 35 mila firme raccolte a difesa del locale dalla Lupe Roma, alcune anche di noti frequentatori del Caffè, come Oliviero Toscani, Bonito Oliva, Massimo Giletti, la Principessa Torlonia, Massimo Cacciari. «Assisteremo alle dichiarazioni contrite dei vari amministratori, non ne dubitiamo, tutti affranti per la scomparsa di una bottega ultracentenaria - chiosa Fabio Mina, presidente Lupe - ma, ci diranno tra le righe o apertamente, non si poteva evitare, l'iter legale seguito dalla proprietà è inattaccabile. Onestà intellettuale e politica chiederebbero un dignitoso silenzio, soprattutto quando non c'è volontà o possibilità di far seguire alle parole i fatti».

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