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L’offerta di De Gregori: «Le mie canzoni di pace e di amore per l’Italia»

In "Vivavoce" il Principe reinterpreta 28 brani del suo repertorio

Per far saltare l’aplomb del Principe, bisogna chiedergli di quel "processo proletario" al Palalido, nel 1976, quando gli extraparlamentari di sinistra lo accusarono di essersi venduto al sistema e tanto lo spaventarono che per un anno De Gregori smise di cantare in pubblico, e minacciò di non farlo mai più. «Ancora? Ma basta, è roba arcaica, non ce la faccio più a rispolverare questa cosa! Andate a chiedere a quelli che mi attaccarono allora, i nomi si conoscono!». Impossibile dunque sapere se quasi quarant’anni dopo quello spartiacque per l’archetipo del "cantautore impegnato", Francesco abbia fatto pace con quel ricordo maledetto. Per tutto il resto, invece, il Nostro sembra aver raggiunto un lodevole equilibrio zen con il proprio status. Invecchiare giova: a 63 anni ha giocato con 28 perle del suo repertorio, le ha risuonate, riarrangiate, ripensate, «perché questo è il privilegio dei musicisti, poter continuare a lavorare all’infinito sulle canzoni, diversamente a quanto accade agli scrittori o ai pittori». Così, in questo album "Vivavoce" («eh sì, il titolo viene dal telefonino, un invito a togliersi le cuffie e ad accettare un ascolto collettivo e condiviso seppur distratto, magari fra generazioni diverse», spiega) De Gregori si prende le sue cose e le rielabora con cura: ad esempio lavorando per sottrazione su "Generale" («che è diventata ancora di più una canzone di pace, la sensazione domestica di un vero ritorno a casa, non un manifesto contro la guerra. Ho tolto la marcetta militare e l’ho risolta con un arpeggio di chitarra»), o giocando di rimandi su "Santa Lucia" infilandoci nel finale l’eco del dalliano "Come è profondo il mare": «Lucio giurava che la prima volta che ascoltò questo mio pezzo», racconta Francesco, «era in macchina e dovette fermarsi piangendo, per quanto gli piaceva. Ma chissà, lui era un grande inventore di storie. Eravamo due "maleducati", ma in modo diverso, legati da una misteriosa, comune spinta a suonare insieme. Il vero lutto è non poter fare più musica con Dalla: di sicuro prima o poi avremo affrontato un terzo tour ». A ogni buon conto gli amici su "Vivavoce" non mancano: "Alice" viene spogliata di tutto, e ora si presenta in 3/4, le chitarre e le voci di De Gregori e Ligabue a scontrarsi donandole una bellezza tutta nuova: «È venuta fuori così, con grande semplicità. Non ci siamo neanche parlati prima. Luciano mi ha fatto e si è fatto questo regalo, era una cosa che amava da ragazzo, quando io componevo chiuso nella mia stanza, reclinato su me stesso». Liga è - per mezza ammissione del Principe - uno dei candidati ospiti nel tour che avrà un’anteprima al Palalottomatica il 20 marzo, e tre giorni dopo a Milano (mentre oggi alle 18.30 De Gregori presenterà il disco con Luca Barbarossa alla Feltrinelli di Via Appia). Un altro potrebbe essere Nicola Piovani, che ha tolto i paramenti a una canzone già toccata dalla grazia come "La donna cannone", limitandosi a un sobrio tappeto d’archi. Nel disco mancano - volutamente - un po’ di classici. Non c’è "Rimmel" («Ho faticato a fare chiarezza con me stesso, non sono riuscito a riscriverla») e neppure "Pablo" («L’unico caso di un mio pezzo troppo ideologizzato»). Ma c’è spazio per "Viva l’Italia" o "La Storia", e chissenefrega se sono state utilizzate per fini di parte: «Questo non mi disturba, restano canzoni d’amore per il mio Paese, le prenda chi vuole». E poi c’è l’approccio ai Maestri: "Il futuro", che è la traduzione italiana di un omonimo brano di Leonard Cohen («Lo conobbi una volta in camerino, un uomo gentile») o "Buonanotte fiorellino #12&35", che in questa versione si lascia trapiantare l’arrangiamento della "Rainy Day Women" dylaniana («La forza espressiva del canto di Bob ci portò in un’altra dimensione, equivalse al passaggio alla pittura astratta»). De Gregori giura di non tenere in conto le esigenze del pubblico («Proprio perché lo rispetto») e da romano elogia a modo suo la Capitale: «L’unico difetto è che ci abitano i romani, che sono responsabili di tutti i suoi guasti molto più delle amministrazioni di questi 60 anni. Ma è la città su cui il mondo dovrà proiettare la luce del futuro», chiosa tra il serio e il faceto. Quanto all’Italia, beh, «ho visto in tv un servizio su quel signore (Scajola, ndr) che si era comprato a sua insaputa una casa davanti al Colosseo. E quello che mi stupisce è che nessuno si indigni per quanto fosse brutta quella casa, e in quel punto. Ecco, alla politica dovremmo chiedere di combattere la bruttezza delle cose».

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