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Clara, la lady dell’anticomunismo

In piena guerra fredda fu la prima ambasciatrice Usa. Eisenhower la volle in Italia alla vigilia del voto del 1953

Quando la incontrò, nell'aprile 1953, a New York, per intervistarla Indro Montanelli fu subito colpito da Clare Boothe Luce, che di lì a qualche tempo sarebbe stata nominata, prima donna nella storia americana, ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma. La trovò "bella, molto più bella di quanto non dicano le fotografie". A quell'epoca il nome della Luce come possibile ambasciatrice a Roma già circolava negli ambienti politici e diplomatici. Qualcuno aveva storto il naso di fronte alla possibilità che una donna, in pieno clima di guerra fredda, potesse ricevere quell'incarico. Lei stessa - a quanto si racconta - manifestò qualche perplessità al presidente Eisenhower che le aveva fatto la proposta. Gli aveva fatto notare che l'essere donna avrebbe potuto rivelarsi un ostacolo in un paese così "maschilista" come l'Italia e aveva aggiunto che c'erano, ancora, altri due elementi che avrebbero potuto causare problemi: la sua fede cattolica, che avrebbe potuto far pensare a un suo rapporto privilegiato con il Vaticano, e, soprattutto, il suo irriducibile anticomunismo che avrebbe potuto rendere difficoltosa la sua missione in un paese che aveva il più forte partito comunista del mondo occidentale. Eisenhower non tenne affatto conto delle preoccupazioni della Luce, si convinse anzi che quei fossero infondati. Così Clara Boothe Luce fu destinata all'ambasciata a Roma. Eisenhower doveva molto alla Luce e al marito, il potente editore americano di riviste come Time, Life e Fortune che vendevano nel mondo circa dieci milioni di copie. I coniugi Luce si erano, infatti, impegnati a fondo, prima, convincendolo a candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti e, poi, sostenendolo durante la campagna elettorale. A quell'epoca Clare aveva cinquant'anni, aveva svolto un po' di attività politica nelle file del partito repubblicano, ma era nota come sceneggiatrice, autrice teatrale, scrittrice e giornalista: il suo nome era legato al successo di una commedia, The Women (poi diventata un film famoso con un cast tutto al femminile) e alla direzione della rivista Vanity Fair. Giunse in Italia via mare sbarcando a Napoli dall'Andrea Doria davanti a una folla calorosa e incuriosita e giunse a Roma in auto percorrendo la strada interna fra le montagne per poter visitare Montecassino e i luoghi della battaglia. Nella capitale diventò presto un personaggio importante che fece sentire subito il peso della sua personalità cercando di influire sulla vita politica italiana. Indro Montanelli avrebbe scritto, divertito, che i politici italiani, convinti che Clare fosse una Ingrid in cerca del suo Rossellini, faticarono a rendersi conto che la bella ambasciatrice era tutt'altro che una Ingrid e aveva una energia e un piglio maschili mascherati dalla sua femminilità. Anticomunista viscerale, Clare era arrivata in Italia alla vigilia delle elezioni del 1953, che segnarono il fallimento della cosiddetta "legge truffa" e la fine del centrismo degasperiano. Il suo commento alla situazione dopo i risultati elettorali, di sapore culinario, fu ironico: "non è andata a male, ma si è inacidita". Cominciò a frequentare politici e personaggi importanti, tutti ferocemente anticomunisti: Randolfo Pacciardi e Vittorio Cini, Edgardo Sogno e Dino Grandi, Leo Longanesi e Indro Montanelli. Quest'ultimo, che ormai per lei aveva una vera e propria venerazione, le scrisse alcune lettere sostenendo la necessità di dare vita a una "organizzazione terroristica e segreta (ma non troppo, perché i segreti in Italia, sono funzionali solo quando tutti li conoscono)" che fosse pronta a rintuzzare, magari con un colpo di Stato, la possibile avanzata del comunismo. Le indicò persino il possibile capo di governo, il maresciallo Giovanni Messe, "uno dei pochissimi generali usciti dalla guerra con onore" e aggiunse: "gli forniremmo noi le idee che egli non ha. Il programma dev'essere semplice e chiaro. Reclutamento di qualità, non di quantità, condotto secondo la tecnica comunista delle cellule". Le lettere di questo Montanelli "golpista", che prefigurava una Gladio ante litteram, sono ricordate nel programma che Rai Storia ha dedicato proprio a Clare Boothe Luce in una trasmissione della serie Il tempo e la storia condotta da Massimo Bernardini e che andrà in onda domani su Rai3 alle 13,10 e in replica su Rai Storia alle 20,30. Così, pure, nella trasmissione sono ricordati gli incontri che ella ebbe con l'ex gerarca fascista Dino Grandi, l'uomo del 25 luglio, al quale chiedeva consigli e giudizi sui politici italiani, soprattutto democristiani, da Amintore Fanfani a Mario Scelba fino a Giovanni Gronchi che lei vedeva come il fumo negli occhi perché troppo propenso ad aprire alle sinistre. L'anticomunismo della Luce fu talmente radicale da creare imbarazzi e proteste da parte del Pci che lei voleva fosse posto fuori legge. Ma il suo amore per l'Italia fu davvero genuino. Fu proprio grazie a lei e alle sue pressioni su Washington che Trieste poté finalmente tornare all'Italia. Ha raccontato Eisenhower che, per caldeggiare la causa di Trieste italiana, Clare non esitò a battere i pugni sulla scrivania del presidente americano alla Casa Bianca. Alla radicalità dell'anticomunismo faceva da riscontro la profondità del suo cattolicesimo cui si era convertita dopo la crisi che aveva attraversato per la morte, in un tragico incidente stradale, della figlia. La sua fede cattolica era così forte che, un giorno, nel corso di una udienza, il Papa, dopo averla ascoltata pazientemente, le disse: "Signora, si ricordi che anch'io sono cattolico e non ho bisogno di essere convertito". Clare Boothe Luce fu una espressione tipica della guerra fredda. Era talmente ossessionata dalla paura del comunismo che, poco prima di lasciare l'Italia, ammalatasi per un principio di avvelenamento, si era convinta che ne fosse responsabile lo spionaggio sovietico: si appurò, poi, che in realtà i sintomi di avvelenamento erano dovuti a frammenti di piombo e arsenico contenuti negli affreschi mal conservati di Villa Taverna. A differenza di altri diplomatici, Clare Boothe Luce divenne popolare anche al di fuori del mondo politico e della diplomazia. Elegante e raffinata, frequentatrice del bel mondo dell'epoca della "dolce vita" romana, appassionata del cinema italiano che cercò di portare in America e ammiratrice di Anna Magnani, caldeggiò la nascita di una "Hollywood sul Tevere" e la sua immagine divenne familiare per gli italiani. Con le sue luci e le sue ombre, nel bene e nel male, fu una "ambasciatrice straordinaria" come recita il titolo di una biografia che le venne dedicata poco dopo aver lasciato il suo incarico nel 1957.

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