Ha chiuso il sipario il 31 ottobre del 1984 Eduardo De Filippo, mentre il suo fervido immaginario era popolato dai personaggi de «La Tempesta» shakespeariana che aveva appena tradotto in napoletano e registrato quasi per intero, progettando di presentarla con marionette che avessero tutte la sua voce, tranne Miranda. Aveva scelto quel lavoro come suo testamento per «la tolleranza, la benevolenza che pervade tutta la storia» e aveva precisato: «Quale insegnamento più attuale avrebbe potuto dare un artista all’uomo d’oggi, che in nome di una religione o di un "ideale" ammazza e commette crudeltà inaudite, in una escalation che chissà dove lo porterà? E tra gli "ideali" ci metto anche il denaro, la ricchezza, che appunto come ideali vengono considerati in questa nostra squallida società dei consumi». Palazzo Madama ospiterà oggi alle 11 «Cantata delle parole chiare . Voci dal teatro di Eduardo in Senato », una cerimonia trasmessa in diretta televisiva, realizzata da Rai Parlamento, da RaiTre e Rai5. Per il Presidente Grasso, che aprirà la celebrazione, «il ricordo di Eduardo rappresenta un’occasione per non dimenticare la sua grande arte e le sue battaglie civili e politiche». Il figlio Luca leggerà alcuni passaggi dell’interpellanza del 23 marzo 1982 , quando Eduardo, da senatore a vita, affrontò la condizione dei giovani detenuti nell’Istituto «Filangieri» di Napoli. «Ho imparato da mio padre che il teatro in ogni sua forma, comica, drammatica o poetica, deve avere un rapporto stretto con la società e con il mondo in cui si vive - ha dichiarato - La sua comicità è sempre un veicolo per parlare seriamente delle problematiche dell’uomo». Il complesso rapporto del clan De Filippo, unito sullo scena e spesso diviso nella vita, è così espresso da Luigi, figlio di Peppino e nipote di Eduardo: «Ho cercato in tutti i modi di riunirli e ho mantenuto un rapporto stretto con mio zio: gli portavo in lettura i miei testi, per un giudizio. Quando nel 1980 mio padre si ammalò, telefonai a Eduardo: ci volle un po’ per convincerlo, ma alla fine venne. Fui felice, perché si erano ritrovati». Un omaggio speciale a Eduardo è reso stasera al Palladium con «Il colore delle parole» da Mariano Rigillo che ricorda: «Quando nel 1982 interpretai "Gli zingari" di Viviani al Valle, mi invitò a pranzo a casa sua per commentare lo spettacolo che aveva molto apprezzato. Gli chiesi di poter rappresentare "Napoli milionaria" e lui disse che, insieme a "Il Sindaco di Rione Sanità" e "Natale in casa Cupiello", era un testo riservato a lui "perché a qualunque età, quando entro in scena, il pubblico mi crede!". Mi suggerì "Sabato, domenica e lunedì", ma io persi l’occasione». Ed è infatti a Toni Servillo che si deve una magistrale edizione di quel testo, seguita da «Le voci di dentro»: «Eduardo De Filippo è il più straordinario e forse l’ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea autenticamente popolare - ha affermato l’attore - Affrontare le sue opere significa insinuarsi in quell’equilibrio instabile tra scrittura e oralità che rende ambiguo e sempre sorprendente il suo teatro. Il profondo spazio silenzioso che c’è fra il testo, gli interpreti e il pubblico va riempito di senso sera per sera sul palcoscenico». Eccolo poi nella memoria di Lina Sastri: «Ero molto giovane, inconsapevole della fortuna di trovarmi accanto a un uomo come lui, di grandissima etica, con la dignità del vivere e del teatro, giusto, sensibile, rigoroso». Anche Vincenzo Salemme l’ha avuto come maestro: «Il suo teatro era fatto per il popolo, era comprensibile da chiunque, poteva piacere al duca come alla cameriera». «Sono stata diretta da Eduardo per sei anni per le commedie a colori della televisione - ha raccontato Marisa Laurito - È stato un incontro magico. I miei genitori non volevano che facessi l’attrice, ma, dopo averlo spiato e braccato, mi fece il provino. Aveva un abito di lino blu e una camicia col colletto rosa fine ’800. Prese il copione e modificò tutte le parole con la erre della mia parte, mi scritturò e io scoppiai a piangere».
Omaggio a Eduardo genio della commedia che cambiò il teatro
Il 31 ottobre del 1984 De Filippo "chiudeva" il sipario
