«Rigoletto» con protesta ieri sera all’Opera di Roma. Il melodramma di Verdi è stato preceduto dalla consegna al pubblico di volantini con la scritta: «Orchestra e coro licenziati (tutti vincitori di concorso pubblico internazionale)». Poi le frasi di musicisti celebri che si sono opposti ai licenziamenti, tra cui Salvatore Accardo che dice: «Tragico errore. Un’orchestra si forma suonando assieme in modo stabile». Per chiudere una travagliata stagione l’Opera ha scelto il Rigoletto, opera popolare e sanguigna, densa di bagliori sinistri, di umanità contrapposta a superficiale sfrontatezza e superficialità. Ma soprattutto opera della maledizione, che la attraversa come una freccia dalla sinfonia iniziale agli accorati accenti finali del disgraziato buffone mantovano. E ieri il melodramma è andato in scena nell’allestimento di cattivo gusto, cupo e sinistro di Leo Muscato, uno strano melange tra belle époque ed espressionismo, entrambi poco in sintonia col mondo delle corti rinascimentali. Osservati di eccellenza il coro diretto da Gabbiani e l’orchestra dei licenziati, che hanno dimostrato, nonostante la comprensibile angoscia, apprezzabile professionalità sotto la guida di Palumbo. Bene nei ruoli protagonistici Giovanni Meoni (Rigoletto), la Sadovnikova (un’agile Gilda) e Piero Pretti (il Duca bellimbusto). Contestazioni finali a direttore e regista.
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