Selfie con i capi di stato Esteri, canti e balli. E tanta commozione. La beatificazione di Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II è stata un’emozione per tutti i telespettatori che l’hanno seguita sui canali all news (almeno quattro ore di diretta, siamo rimasti tutti incollati al piccolo schermo), figuriamoci per chi era sulla piazza. I momenti di colore sono stati svariati: non da ultimo, appunto, l’autoscatto con i premier d’Olteoceano (gli asiatici si sono prestati subito al gioco, e anche Papa Bergoglio). Non solo colore, però. Perché questa beatificazione, dal punto di vista diplomatico, ha significato tanto. Una beatificazione, quella di Karol Wojtyla e Papa Giovanni XXIII, il cui fil rouge era l’opposizione a tutte le dittature, in particolare al Comunismo. Vissuti in condizioni difficilissime, questi due pontefici sfidarono la dittatura a loro modo, dando il via all’Ostpolitik della Chiesa Cattolica. La figlia di Kruscev, quando per la prima volta incontrò Giovanni XXIII, guardando le sue mani - era di origini contadine - disse che «Mi ricordano in tutto e per tutto quelle di mio padre»: solo allora fu, quasi, rotto il ghiaccio. O almeno furono create le condizioni per un qualsiasi tipo di discorso fino allora impossibile. Fu uno dei primi incontri storici con la Grande Madre Russia e con i suoi Stati satelliti. Poi Wojty?a, suo degno successore, che l’aria di dittatura l’aveva subita sulla propria pelle. Il Muro di Berlino era di là da cadere, la Germania dell’Est era incattivita, e i due Pontefici cercarono, a loro modo, in qualche modo di «patteggiare» proprio con l’Est. Dipanarono tutte le loro conoscenze diplomatiche in quel campo (insieme alla religione la politica estera di uno Stato), cercando di «liberare», e in senso stretto, i preti, ma anche i cardinali, fatti prigionieri: molti di loro hanno passato anche 20 anni in galera, e senza aver fatto alcunché, solo perché rappresentati della religione cattolica, o per aver diffuso ideali che, volente o nolente, provenivano da Roma. È una Storia che, non si sa perché, si conosce e non si conosce, soprattutto le nuove generazioni, che il Comunismo non l’hanno vissuto sulla pelle, tra l'altro è una Storia anche accattivante. Uno, in particolari, balzò agli onori delle cronache: il cardinal Mindszenty, che cercò rifugio all’interno - niente poco di meno che - dell’ambasciata americana, come ricorda il Segretario di Stato dell’epoca, il cardinal Casaroli, è una storia che ha il sapore della leggenda, e non mancano episodi che, a vent’anni da quando sono accaduti, appaiono anche «comici». Il problema dei cardinali romani era «raggiungere» l’Est in senso stretto: con l’automobile, come passare il confine? La situazione in Jugoslavia era una delle più dure, e Tito aveva posto un veto. Gli ultimi accadimenti ce lo hanno ricordato. Non mancarono tentativi di avvicinamento con alcune frange della Chiesa, soprattutto nella Germania dell’Est, agli albori. La scomunica del Comunismo fu altisonante, dall’enciclica «Divini Redemtionis» contro i bolscevichi. Insomma, da un punto di vista storico, la canonizzazione di questi due pontefici ha significato molto: come ha significato molto anche da un punto di vista morale. Andare oltre la Cortina significava anche aprire alla democrazia e, soprattutto, ai giovani. Senza dimenticare tematiche come la fratellanza, e la solidarietà. Insomma, la Chiesa non era «gretta», ma al passo con i tempi, moderna, giovanile. Bene, bisognerebbe riguardare la giornata del 27 aprile passato con questi occhi, per capire il valore storico che Papa Bergoglio ha voluto dare a una canonizzazione sui generis. C’è di più: oltre il libro di Casaroli (Einaudi), che raccoglie tutte le storie a questo riguardo, c’è anche l’ultimo incontro di Papa Bergoglio: quello, commovente, con Padre Ernest. Venti anni di prigione. Insomma, la politica di Papa Bergoglio non cambia. Addirittura si è dovuto difendere con un: «Non sono comunista», anche se molte volte questo sinonimo di solidarietà per i poveri. No, comunista non lo è per davvero. Forse questi termini, oggi, dovrebbero essere traslati sotto la voce «progressisti», nel senso più buono del termine. L’occasione la dà Sky, che stasera manda in onda un docu-film realizzato in collaborazione con il Centro Televisivo Vaticano, e prodotto in 3d, alle 21.10 (presentato ieri alla Festa del Cinema di Roma). Se si vuole, i può lasciare anche da parte il pesante fardello storico e godersi lo spettacolo. Il 3D è spettacolare sempre, ma non siamo abituati a vederlo addosso a un documentario. I cardinali, e le folate di vento, Papa Bergoglio, sembrano veri, e il silenzio della piazza accompagnato alle immagini ha un non so che di magico. Ieri a presentarlo la direttrice di Sky3d e monsignor Dario Edoardo Viganò, che ha raccontato un episodio simpatico. Praticamente, a prestare la voce al docufilm ci sono, tra gli altri, Giancarlo Giannini, Dario Fo e Aldo Grasso, professore della Cattolica e critico televisivo di fama internazionale. Per parlare con Dario Fo, monsignor Viganò si introdusse al Valle (ovviamente occupato) e chiese a due ragazzi seduti per terra e con i piedi scalzi: «Dovrei incontrare il Maestro Dario Fo», Maestro a cui fu prontamente indirizzato.
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