«Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo», così Malala aprì il suo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu («I veri vincitori sono i bambini», ha detto Ban Ki Moon). La ragazza pakistana ieri ha vinto il Nobel per la Pace: praticamente uno scoop. La storia di questa ragazza passa attraverso il fuoco («Il premio mi rende più coraggiosa»). Nel 2012 l’attentato da parte dei talebani per la giovane che lottava a favore del diritto all’istruzione delle ragazze nel mondo. Nella patria di Benazir Bhutto, poi, il buio. Come ogni giorno, Malala sale sul pullmino per andare a scuola. Un commando di talebani blocca il mezzo e partono i colpi. Uno, in particolare, le passa dalla scapola e le colpisce parte della testa, colpendole il cervello. Viste le condizioni gravissime di salute, viene trasferita a Londra: le operazioni si susseguono una dietro l’altra. In una di queste e ancora in patria, in particolare, le viene asportata una parte del cranio, e l’osso le viene conservato in una parete dello stomaco: il cervello, infatti, le stava gonfiando anche a causa delle continue operazioni. Per salvarle la vita, i medici hanno dovuto tentare tutto ciò. Il rischio di infezioni, ovviamente, era sempre dietro l’angolo. Rimase immobile giorni e giorni, e ancora mesi, a letto. È lei stessa a raccontarlo, in un libro pubblicato da Garzanti (da consigliare) e finito sulle prime pagine dei quotidiani internazionali. Ovviamente, dopo l’incidente, ha avuto problemi al linguaggio e di mobilità. Il proiettile, sfiorando il nervo, le ha provocato la paralisi di una parte di faccia. Poi la popolarità meritata, non foss’altro, per le continue peripezie sanitarie, il dolore, lo spostamento in aeroplano dall’ospedale militare in Inghilterra, dove è stata curata e dove vive, sotto protezione, per evitare gli attentati dei talebani (e le continue minacce, quando la colpirono con tre proiettili, le chiesero soltanto «Chi è Malala?»). Poche settimane fa la notizia, meravigliosa, della cattura degli attentatori: dopo anni di ricerche sono stati messi sotto chiave. La brutalità dell’evento ha fatto accapponare la pelle a più di qualcuno. L’anno scorso la notizia, meravigliosa, del Premio Sakharov: è, praticamente, il Nobel per la Pace dell’Unione Europea (tra l’altro a breve la premiazione a Strasburgo). Molto all’avanguardia, premia i dissidenti, gli emarginati. Persone che, in galera, hanno passato anche più di venti anni, sono stati seviziati, hanno visto passare ai propri familiari momenti terribili. «Non sono d’accordo con quello che hai da dire ma difenderò fino alla morte il diritto di dirlo», disse Malala in quella occasione. A Strasburgo ci fu l’ovazione: ora anche i complimenti del Presidente Napolitano. È stata premiata con Kailash Satyarth.
Malala vince il Nobel per la Pace: libri e penne contro il terrorismo
«Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo», così Malala aprì il suo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu («I veri vincitori sono i bambini», ha detto Ban Ki Moon)....