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Sironi, il malinconico sostenitore del regime

Al Vittoriano 90 opere dell’artista dagli esordi simbolisti alla fase futurista, metafisica e tragica del dopoguerra

«Avete un grande Artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto». Parola di Picasso, che ha elogiato con ammirazione Mario Sironi (1885-1961), titanico e drammatico protagonista del ventesimo secolo in Italia. Ora, dopo la mostra irripetibile che nel 1993 gli fu dedicata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Complesso del Vittoriano apre al pubblico da domani un’antologica su Sironi che non può competere per importanza con quella di vent’anni fa ma che ben esemplifica la potente polifonia del suo percorso creativo. Ecco allora, attraverso novanta dipinti e parecchi documenti, un appassionante itinerario dagli esordi simbolisti al periodo divisionista, dalla fase futurista a quella metafisica, dal Novecento italiano alla grande avventura della pittura murale, fino alle tragiche opere del secondo dopoguerra. Magistralmente curata da Elena Pontiggia e coordinata da Comunicare Organizzando, la mostra mette in luce aspetti mai indagati della sua produzione giovanile e simbolista e può vantare alcuni significativi inediti, tra cui il colossale "Studente" (1936), studio preparatorio per l’affresco di Ca’ Foscari a Venezia. Naturalmente anche in quest’occasione è inevitabile affrontare il nodo cruciale e tragico della sua convinta adesione al fascismo. Sironi ha creduto profondamente all’iniziale forza rinnovatrice del movimento fascista, pagando poi lo scotto della sua scelta con un oblio durato vari decenni e finito solo nel 1980 con la grande mostra parigina che Jean Clair dedicò ai "Realismi" e il cui emblema era proprio una sua opera.  Come spiega bene la Pontiggia, «Sironi è stato mussoliniano e ha aderito fino all’ultimo al regime (non alle leggi razziali, che non ha mai condiviso). Tuttavia, per parafrasare Vittorini, non ha mai suonato il piffero della rivoluzione fascista perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda». Sia come sia, Sironi è un grandissimo artista, un pittore che sembra usare terra e pietra per costruire una propria visione architettonica del mondo, fatta di tragedia ed alte aspirazioni, di solitudine e malinconia, ma innervata anche dal senso etico dello stato e del lavoro degli uomini, dalla missione educatrice dell’arte e della nazione, dalle radici classiche della cultura italiana. Il temperamento malinconico e drammatico, incline alla depressione, di Sironi ma anche la sua profonda coscienza morale sono ben evidenti in molte opere esposte, dall’"Autoritratto" (1909-10) cupo ed introverso all’enigmatico "L’Architetto" (1922-23), da "Solitudine" (1925) al claustrofobico "Paesaggio urbano con taxi", fino all’"Apocalisse" (1961) che diventa emblema tragico di una personalità pessimista. Merito della mostra è anche quello di riservare una particolare attenzione alla vocazione monumentale di Sironi con la sua predilezione per la pittura murale. E così sono esposti cartoni e disegni preparatori che invitano anche ad un itinerario tipicamente romano, dai cartoni per la vetrata del Palazzo delle Corporazioni, oggi Ministero delle Attività Produttive, a quelli preparatori per l’affresco dell’Aula Magna della Città Universitaria, oltre al cartone per l’affresco "Rex Imperator" per il sacrario della Casa Madre dei Mutilati di Guerra. Ne emerge un’idea di Grande Decorazione da lui coltivata soprattutto negli anni trenta e nata dall’ammirazione per la maestosa architettura romana dei Fori ma anche per gli affreschi di Raffaello e Michelangelo. Una vocazione che per certi aspetti sembra addirittura anticipare il programma (Federal Art Project) destinato negli U.S.A. a far lavorare ad opere pubbliche gli artisti della seconda metà degli anni trenta dopo la devastante crisi del ’29. Tali erano allora, nel nostro paese, il prestigio e l’autorevolezza di Sironi che molti artisti gli chiedevano una mano per lavorare, spesso con toni enfatici. Se ne ha più di una prova nel gustoso carteggio presentato in mostra.  «Mi rivolgo a lei - gli scrive Massimo Campigli nel 1932 – come a un dio possente e buono con una grande preghiera: mi faccia dare un po’ di muro da dipingere alla mostra d’arte decorativa». Di questo artista tormentato e generoso ben pochi si ricorderanno però dopo la fine della guerra e del regime, in anni trascorsi in solitudine tra la disperazione per il suicidio della figlia diciottenne e lo sconcerto per il fallimento di tutte le sue convinzioni politiche ed artistiche.

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