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Sarebbe bastato sentire Emanuele

di Vittorio Sgarbi

Lo Stato di grave crisi della cultura italiana e in particolare romana è emblematicamente rappresentato dal fallimento delle fondazioni musicali e non solo nelle quali il contributo dello Stato è pressoché esclusivo e quello dei privati una pura finzione. Il sintomo evidente di questa situazione è nella singolare esperienza dell’unico mecenate romano Emmanuele Emanuele con la Fondazione Roma che oggi agisce in assoluta autonomia. Lo testimonia l’attività intensa e regolare del Museo del Corso e degli istituti annessi. Emanuele agisce anche fuori Roma con la Fondazione Mediterraneo che ha preso in carico il museo del Risorgimento di Palermo e ha finanziato l’importante esposizione «Artisti di Sicilia» alla tonnara di Favignana. Sedi per le quali la Regione Sicilia s’è mostrata totalmente latitante nonostante l’evidente interesse locale. L’antinomia di Emanuele e il suo impegno alternativo e competitivo non vanno intesi come una contrapposizione tra pubblico e privato con la volontà di affermare il primato del secondo (nel caso, indiscutibile); ma come l’amara presa d’atto di una impossibilità di collaborazione. È impressionante infatti che, in sequenza, dopo avere considerato la sua disponibilità, Emanuele sia stato nominato membro del consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia, e se ne sia dimesso per l’impossibilità di interloquire; presidente del Palaexpo e delle Scuderie del Quirinale e se ne sia dimesso per insufficienza di lealtà dell’amministrazione comunale; membro del consiglio di amministrazione del teatro dell’Opera di Roma e se ne sia dimesso per clamorosi disavanzi di bilancio. Abbiamo visto come è finita la vicenda del teatro dell’Opera. Sarebbe bastato ascoltare il profeta Emanuele.

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