Negli ultimi tempi l’Opera di Roma sembra diventata un facile bersaglio dei mass media e dei social network. I commenti si sono moltiplicati: della serie Chi più ne ha, più ne metta. Si è distinto per tracotanza qualche scriteriato che ha proposto, voglio sperare come semplice provocazione e non per totale ignoranza, di chiudere il Costanzi, palcoscenico dalla gloriosa tradizione spesso deliberatamente misconosciuta. Ma chiudere un Teatro, indipendentemente dall’indotto umano che ne resterebbe coinvolto, equivarrebbe a chiudere un ospedale, una biblioteca, una università, insomma un faro di civiltà e cultura che è prima di tutto un servizio sociale (oltre che, beninteso, culturale) prestato alla comunità. E non ci si scandalizzi neppure degli scioperi e delle lotte sindacali, quando spesso accade che questi Teatri non siano amministrativamente condotti con avvedutezza e accortezza. Come dire che chi per questi mari va, di questi pesci prende. E lo stesso Muti si trovò nel settembre 2012 a fronteggiare lo sciopero di ben 100 professori della sua prediletta Orchestra Sinfonica di Chicago, ma non ne nacque alcuno scandalo ed il maestro, che aveva solidarizzato con l’orchestra, ha continuato a dirigere da par suo su quel podio sino ai nostri giorni. Che ci sia un partito che detesta per partito preso il Costanzi solo in quanto reo di essere il Teatro lirico della capitale, basta salire sopra la linea gotica per rendersene conto. Il fatto è che i cattivi amministratori, licenziati con biasimo da una parte poi rinascono da un’altra, segno che o erano capaci anche prima o non lo sono neanche dopo. Giochi e magheggi della politica e del suo umor volatile. Certo il Costanzi non è più quello della mia giovinezza, quando da sbarbatello liceale mi rifugiavo in balconata per impormi di capire quello strano ma fascinoso fenomeno che era il melodramma. Allora (e non erano neppure i tempi d’oro dei Serafin e dei De Sabata) l’abbonamento prevedeva ben sedici titoli in cartellone e nelle programmazioni accanto ai titoli di cassetta, i capolavori più popolari da tutti amati, figuravano rarità e prelibatezze. Da qualche tempo però il Teatro, costretto dalle ragioni del vile denaro a rientrare nei bilanci disastrati dai tagli delle sovvenzioni pubbliche, si impone programmi nazional-popolari, sicchè bisogna andare a Venezia per vedere un’opera di Strawinsky o di Cavalli o addirittura a Cagliari per un’opera di Rimsky Korsakov o Massenet. Il programma è insomma fortemente condizionato dalle ragioni del bilancio e non si pensa allo status d’eccellenza di un teatro della Capitale come accade invece in altre Capitali europee. Un popolo in fondo ha i teatri che si merita, ma la politica farebbe bene a fare un passo indietro affidandosi ad amministratori di sicura competenza e limitandosi a periodici controlli sulla conduzione delle Fondazioni. Nel cancan di assurdità ascoltate in questi giorni si è anche visto proporre di annullare le due opere dirette da Muti. Ma sarebbe un vulnus inconcepibile, giacché non crediamo impossibile trovare un nome importante disponibile per dirigere opere in fondo di repertorio come Aida e Nozze di Figaro, o almeno le prime recite, lasciando ad altri esperti magari meno rinomati le repliche successive. Insomma l’affaire Muti dimostra anche la difficoltà di operare (basti dire che nessun comunicato è mai venuto in merito a questa delicata questione da parte dell’ Ufficio stampa del Teatro). Si vivono momenti di caos se non di panico, in cui è giocoforza rimboccarsi le maniche (l’invito è anche al CdA che si riunirà il prossimo giovedì 2 ottobre) e trovare la spinta per rinascere dalle ceneri come l’araba fenice. Ma questo può accadere solo se si parte dalla consapevolezza dell’importanza della lirica specie nel Paese in cui ha visto i natali ed anche nella città di Roma che, almeno due secoli e mezzo prima della nascita del Costanzi, ne è stata tra le principali divulgatrici decidendone le future fortune.
Alla lirica romana manca il coraggio
Tra tagli e bilanci il cartellone dell'Opera è troppo nazional-popolare
