Spettacoli Tv

Addio a Vittorio Gassman. Patriarca ironico e seduttore

Tre mogli, quattro figli e tanti nipoti. Avrebbe voluto portarli tutti in scena

Mi è difficile, e duro, prender congedo da un amico di tutta una vita. Fino dai tempi della scuola. Mi costringo perciò al mio mestiere e lo guardo com’era e come adesso è diventato: partecipe della Storia e definitivamente affidato al suo alloro. Con la definizione che per anni si è accostata al suo nome, il Mattatore. Il dizionario dice che è un termine da riferirsi, oltre a quelli che nei mattatoi uccidono gli animali, alle persone che si mettono vistosamente in mostra, relegando in ombra quelli che stanno loro attorno. E Gassman, tutto sommato, è stato così fin dagli esordi. Era il sinistro ’43, al Teatro Argentina. Si rappresentava l’«Opera dei mendicanti» di John Gay, per la regia di Vito Pandolfi. Ero in platea, seduto accanto a Silvio D’Amico che, oltre a seguire lo spettacolo come critico, vi partecipava anche con interesse personale perché la maggior parte degli attori in scena veniva dall’Accademia d’Arte Drammatica di cui era presidente. Me li enunciava tutti ad uno ad uno con calda simpatia. Quando si trattò di citare Gassman rimase un po’ interdetto: «Non ho ancora capito se sia bravo o no, anche se so, comunque, che vuole arrivare ad ogni costo». Pochi minuti dopo, quel volere arrivare ad ogni costo si palesò proprio nel modo con cui Gassman dette vita alla sua parte: non accontendandosi del palcoscenico ma, addirittura, arrampicandosi, con grande stupore dei presenti, sui palchi di proscenio. «Fa dell’atletismo, commentò D’Amico, non è detto, però, che questo voglia dire recitare». Invece Gassman iniziò a recitare così presto che non finì nemmeno l’Accademia ed entrò di lì a poco nella compagnia di Alda Borelli. Confortato anche dal fatto che, proprio in quel periodo, si stava fidanzando con Nora Ricci, figlia di Renzo e nipote di Ermete Zacconi: una dinastia di mattatori che gli dava tutte le carte in regola per esibirsi in scena: in modo quasi opposto di quello che allora faceva Ruggero Ruggeri, che recitava invece solo di testa e quasi sottovoce. Nora Ricci, la prima moglie di Gassman, me lo fece nuovamente incontrare, dopo gli anni di scuola, e andai presto a trovarlo nella casa, a via Corsica, dove viveva anche con mamma Luisa. Ero già critico e mi accadeva spesso, quando scrivevo di teatro, di prendere in attenta considerazione quelle prime prove di Gassman, sempre più spesso affiancato da Nora Ricci, desiderosa, più di lui, di leggere sui giornali i consensi per quello che il marito faceva. Un desiderio intensamente condiviso anche da mamma Luisa, con la quale ebbi subito un rapporto festoso di schietta simpatia (era esuberante, toscana, un’esuberanza che aveva trasmesso a Vittorio e che aveva compensato in lui il rigore di un padre tedesco perso presto, al quale non doveva più neanche il cognome perché al «Gassmann» dell’anagrafe aveva tolto la seconda «n»). Si lamentava, mamma Luisa, che non facesse cinema, e mi invitava a spingerlo anche su quella strada. Era stata lei, del resto, mentre Vittorio studiava ancora Giurisprudenza, a indurlo a iscriversi all’Accademia. Presto, comunque, arrivò anche il cinema. Non con grandi successi però. Il suo viso, sullo schermo, risultava un po’ legnoso, visto di profilo era troppo duro, visto di faccia era spesso in bilico tra asprezze e risentimenti scoperti. Ci furono delle critiche negative e cominciarono lunghe telefonate fra me e mamma Luisa per cercare di capire quale strada Vittorio avrebbe potuto seguire nel cinema per avere successo. La soluzione la trovò Mario Monicelli, chiamandolo fra il gruppo colorato degli interpreti dei «Soliti ignoti», uno dei vertici, anche oggi, della commedia all’italiana. Ebbe, nel farlo, una trovata straordinaria: anziché un ruolo drammatico, come tutti quelli che Vittorio aveva ricoperto fino a quel momento, gliene affidò uno comico. Certo, sapeva che non aveva una «faccia comica», però gliela truccò al massimo, spiaccicandogli il naso e riducendogli il viso quasi ad una maschera, anzi a un mascherone. Era la chiave perché Vittorio fosse grande al cinema esattamente quanto lo era e lo era stato in teatro. Fu la svolta che mamma Luisa auspicava e che io speravo un giorno di poter prendere in considerazione con lodi ormai senza più riserve. Non gli arrivarono però soltanto le mie. Tutti i produttori, registi, critici, gridarono a un Gassman nuovo, pronto a percorrere ormai al cinema le vie più splendide. E difatti le percorse tutte, ormai così rassicurato su sé stesso da poter alternare il comico al drammatico. Rimanendo sempre, comunque, un dominatore dei propri personaggi, con spavalderia quasi irruente. Come, con Dino Risi, in quel «Sorpasso» in cui doveva creare atteggiamenti, aggressioni, virulenze rimasti addirittura proverbiali (pur con note di dolore). Sublimati più tardi, sempre con Risi, in quella che al cinema è stata la sua interpretazione più grande: l’ufficiale cieco di «Profumo di donna» (...). Da quel momento, quasi in parti uguali, cinema e teatro. Sempre, per quest’ultimo, pensando in grande e immaginando, sull’esempio francese, un Teatro Popolare. Pronto a organizzarlo, abilissimo nel dirigerlo e, naturalmente, totalmente generoso di sé nel sostenervi, una dietro l’altra, le parti dei protagonisti maggiori. Con la soddisfazione, ancora una volta, di poterla fare da geniale mattatore. Poi arrivò quella cupa depressione che lo tenne lontano per parecchio tempo sia dal teatro sia dal cinema. Ne uscì grazie anche alla sollecitudine affettuosa di Diletta, la sua ultima moglie, da cui aveva avuto Jacopo, e di recente, superate le mie preoccupazioni per la sua salute, mi aveva dato una grandissima gioia vedendolo, sul piccolo schermo, con una barba quasi tutta bianca, con il suo consueto dominio della scena, con la sua sapienza di Signore della Parola, alternare ancora una volta il drammatico al comico, disponendo di tutte le sfumature della sua mimica straordinaria. Voglio ricordarlo così: oggi che era il più grande nel nostro teatro e che, nel cinema, aveva vinto le sue migliori battaglie. Anche con una sola battuta.   Il ricordo: «Il bambino che fui non ha che me al mondo che possa ricordargli quanto fosse pieno di sogni e di tenerezza»(...) . A me piacque la frase, lui mi disse anche il nome dell’autore, ma l’ho dimenticato... Con insistenza maniacale ripetè varie volte quella frase... Quando lo riaccompagnai in albergo, malfermi sulle gambe, ci sostenevamo a vicenda. Così finì la nostra serata hollywoodiana... Anni dopo, primi ’90, l’ho incontrato per l’ultima volta in una copisteria dove stava correggendo le bozze di un suo lavoro... Invece di salutarlo esclamai: «Il bambino che fui non ha che me al mondo che possa dirgli quanto fosse pieno di sogni e di tenerezze...». Sorpreso alzò lo sguardo e mi abbracciò con calore. Poi mi trascinò in un angolo e mi chiese: «Sai cos’è la depressione?». «Ci convivo dalla nascita...», risposi. Mi guardò stupito: «Già, bisogna conviverci...». Capii che questo era il suo problema, gli diedi i soliti banali consigli e ci salutammo con la promessa di rivederci... Purtroppo non è successo... Poche ore fa mi ha colpito la notizia... Che posso dire?... Addio grande artista, addio vecchio bambino... Te ne sei andato portando con te i sogni e la tenerezza della tua infanzia.

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