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Conlon: «Ecco il mio Britten affascinato dalla religione»

Dopo il "Curlew River" dello scorso anno prosegue sempre nella basilica dell’Aracoeli (oggi alle 21) l’esplorazione del Britten sacro, sull’onda del centenario ormai trascorso. Artefici l’Opera di...

Dopo il "Curlew River" dello scorso anno prosegue sempre nella basilica dell’Aracoeli (oggi alle 21) l’esplorazione del Britten sacro, sull’onda del centenario ormai trascorso. Artefici l’Opera di Roma ed il direttore americano James Conlon, specialista di Britten, per un allestimento del "Figliol prodigo " (1968) registicamente firmato da Mario Martone. Maestro Conlon, quali le caratteristiche di questo Prodigal Son? «È una delle tre parabole da chiesa che rappresentano un capitolo a parte nella produzione di Britten: un misto di teatro e di chiesa ispirato dal teatro Nô giapponese. È una musica da chiesa drammatica che ha senso teatrale, un teatro da fare in chiesa. Tra teatro e chiesa c’è dunque solo un fragile filo». Quale era il sentimento religioso di Britten? «Ha avuto devozione per la musica da chiesa soprattutto inglese. È tornato molte volte alla Bibbia per i suoi soggetti come per la cantata "Misericordium", la storia del Buon samaritano, o per "Burning fiery furnace" che speriamo di realizzare il prossimo anno. Britten è cresciuto anglicano, ma secondo i testimoni, come il tenore Peter Pears, non lo era nel senso classico, ma amava la saggezza, la teologia e la moralità di Cristo». Britten lo ha conosciuto personalmente? «L’ho visto una sola volta a New York con Pears per una serata indimenticabile di Lieder di Schubert e Schumann: al piano era straordinario. La mia storia è cominciata a 16 anni quando ho visto Peter Grimes al Met e ne rimasi folgorato. Negli ultimi tre anni si è eseguito molto di più Britten. Ho diretto sei opere diverse, musica sinfonica, corale, ho realizzato tutto un festival a Los Angeles. È stato interessato alla formazione dei musicisti, alla musica nelle scuole normali». Quale la sua modernità? «Mi ha toccato da giovane. Ora l’ho approfondito eseguendolo. La modernità mi interessa poco. Basta superare il proprio paese e il proprio tempo». Come si colloca tra i grandi del Novecento? «Ha una voce propria. Non appartiene a nessuna scuola. Per questo ha rigettato la dodecafonia ed era un rifiuto reciproco. Difficile dargli una etichetta. È parte della sua magia. È rimasto sempre fedele ad un suo vocabolario e sapeva esprimersi in tutti i generi come Mozart». Come vede la regia di Martone? «Già in "Curlew River" abbiamo lavorato insieme. La sua è una regia coerente che serve la musica e la musica serve il teatro. Ogni strumento della piccola orchestra ha un proprio ruolo: in tutto 8 musicisti e un coro maschile: sono monaci che presentano questo dramma come una lezione per se stessi e per la congregazione».

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