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Le magie al Circo

FOTO settantamila in delirio per Jagger & Richard.  Tra i vip spunta Grillo, politici nel contropalco

Eccolo lì, lo Sciamano Keith. Se invece di strascicare il country-blues desertico di "You got the silver" afferrasse il microfono per urlare: «Sono appena tornato dall’Aldilà dove ho scritto una canzone con Lennon, Cobain e Amy Winehouse», gli crederemmo tutti. Perché la sua persistenza deve avere per forza qualcosa di soprannaturale, qualcosa che trascende la definizione di «gerontocrazia». Con quella faccia che sembra una maschera tribale intagliata con un machete, il ghigno da patriarca dei pirati dei Caraibi, la scorza da eterno sopravvissuto: li ha seppelliti tutti, pippandosi le merdose polveri del pianeta, e non vuole saperne di accomodarsi alla bocciofila. Se siamo qui in 70 mila è perché lui, Mr. Richards, ha creduto più di ogni altro nell’eternità di una band che si è separata mille volte, ma che è l’ultimo segnale disponibile sul pianeta Terra di cosa sia stato il potere sovversivo del rock. Keith trascorse qui a Roma un’estate molto diversa da questa: nel ’67 alloggiava a Villa Medici con il figlio di Balthus e Anita Pallenberg, e ricevette la visita di Mick e Marianne Faithfull per un giro d’oppio sotto la Luna del Pincio prima di unirsi, per noia, all’occupazione studentesca dell’università. Il cuore segreto del concerto del Circo Massimo - come di tutti gli altri di "14 on Fire" - è nella sua coda. Nei bis di "You can’t always get what you want" (con le voci del Coro Giovanile Italiano) e soprattutto di "Satisfaction": inni dell’inquietudine adolescenziale di un altro secolo, che allora poteva essere mancato appagamento sessuale o ribellismo politico. In nulla di tutto questo possono identificarsi i ragazzi di oggi, se non virando questi cori e questi riff verso la precarietà intossicante del loro futuro. Pensando a questo, forse, i più giovani tra i settantamila (i coetanei del sensazionale cantautore americano John Mayer, che apre la serata e poi riappare per il duetto con Mick su "Respectable") possono aderire all’ossessione ritmica di "Satisfaction", ma vien da sorridere ricordando che se quattro generazioni sono rimaste inchiodate a questo giro di chitarra è per merito di una cassetta Philips, che Mr. Richards riascoltò al risveglio. C’erano incisi 5 minuti di quella strimpellata nuda e altri 40 di ronfate: l’aveva scritta nel sonno, senza rendersene conto. Lui che non dormiva quasi mai per confezionare il suono degli Stones vegliando grazie all’alcool e alla chimica: una volta crollò sotto al bancone del mixer e si destò intronato perché era il turno di registrazione di una banda militare. Keith è qui al Circo Massimo perché ci crede ancora, e perché deve suonare in nome e per conto di quegli altri Dei del rock falcidiati dalla sorte: i Beatles, i Pink Floyd, i Led Zeppelin, tutti con le loro croci sul campo dietro casa. Mentre Richards e gli Stones, dopo la scomparsa di Brian Jones, sono risorti mille volte: più volte stasera, per esempio nel blues assassino di "Midnight rambler", è ospite la chitarra virtuosa del vecchio sodale Mick Taylor, che sostituì Jones e portò i Rolling verso il periodo più viscerale. L’altro Mick, la superstar, è un meraviglioso impostore. Continua a vendere per pura routine le sue sculettate, gli ammiccamenti strappamutande, il sex appeal da Casanova incartapecorito ma ancora capace di portarsi a letto una ballerina che potrebbe essere sua pronipote, invece di elaborare il lutto per la fidanzata suicida. Possiamo credergli mentre canta pene d’amore in "Miss you"? Più facile identificarlo mentre rilancia provocazioni sessiste, da "Honky tonk women" a "Brown sugar", da "Let’s spend the night together" a "Start me up" o quando fa la vittima in "Tumbling dice" o spara falsetti lascivi in "Streets of love". O quando si identifica nel pupazzo a molla di una incendiaria "Jumping Jack Flash", che inaugura la notte capitolina. Jagger si avventura in pronostici calcistici: «L’Italia vincerà la Coppa del Mondo, in bocca al lupo per martedì, finirà 2-1», ma finora per la sua Inghilterra non era stato un amuleto. Grida paraculo in italiano: «Che posto meraviglioso il Circo Massimo». Sa che non vi sia luogo al mondo più adatto per celebrare la sua vanità: qui nella valle dove ai tempi di Romolo furono rapite le «girls» Sabine, dove sorgevano i palazzi di Augusto e Tiberio, dove Nerone volle far realizzare una stanza delle meraviglie rotante, fornita di ogni ben di Dio, altro che i camerini delle popstar o questi schermi colossali che rimandano le loro immagini più-grandi-del-vero mentre si immergono nella tesissima, micidiale "Gimme shelter" o nel sabba controverso di "Sympathy for the devil". Con ogni mossetta, il Magnifico Impostore suggerisce: «Adoratemi», mentre la congrega dei vecchietti che lo circonda - da Charlie Watts che prima che sprigioni il suo "thump-thump" a orologeria ti verrebbe voglia di invitarlo a un giro a briscola, a Ron Wood che pare un avventore molesto da cacciare dal pub - sembra suggerire a Mick: dai, noi ci crediamo davvero, tu continua a fingere e va bene così. Tanto, siamo protetti dallo Sciamano e dalle pozioni miracolose del rock'n'roll.

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