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Mick e Keith, due vite sul binario del destino

Scriveva Richards nel '62: "Ho incontrato un tizio che ha i dischi di Chuck Berry". Quei ragazzi squattrinati hanno visto crollare regimi, sedotto principesse e conquistato il mondo

Nell’aprile ’62, uno scavezzacollo di nome Keith, zimbello dei bulli che a scuola lo usavano come punching-ball, scrive una lettera all’adorata zia Pat, rievocando i fatti salienti del Natale precedente. «Ti ricordi che mi piaceva molto Chuck Berry e pensavo di essere l’unico fan nel raggio di chilometri? Beh invece un mattino alla stazione di Dartford me ne stavo lì con un disco di Chuck Berry in mano quando un tizio che conoscevo dai tempi delle elementari, dalla prima alla quinta, sai, è venuto da me. Il tizio ha tutti i dischi che Berry abbia mai inciso, e anche i suoi amici sono fan del vero rhythm and blues...». Qualche riga più sotto: «Comunque il tizio della stazione si chiama Mick Jagger e tutti i suoi amici, maschi e femmine, si incontrano ogni sabato mattina al Carousel, un locale con jukebox e così una mattina di gennaio mi trovavo a passare di là e ho pensato di fargli una visitina. Mi hanno fatto una gran festa e mi hanno invitato a tipo 10 party...». Più di mezzo secolo dopo, quella sarabanda di party non vuole saperne di terminare. Il volume, da quando Richards si faceva insegnare dal nonno i primi accordi di chitarra - su "Malaguena" - non si è mai abbassato. E se li vedi da sotto le finestre della suite da 14mila euro del St.Regis (dove hanno occupato con lo staff ben 48 stanze), capisci che i due amichetti della stazione di Dartford i binari del destino hanno continuato a percorrerli con strafottente spavalderia. Al Carousel nessuno li faceva suonare, ci vollero ancora mesi prima di guadagnare una o due sterline a sera nei club. Oggi occupano il Circo Massimo con un concerto che fa di loro la rockband non solo più longeva, ma più ricca del pianeta. Keith con quella faccia da mummia esotica appena ritrovata dopo cinquemila anni di catalessi, un highlander con mille cicatrici e un sistema cardiocircolatorio con il Jack Daniel’s a scorrere nelle vene al posto del sangue. Mick asciutto come un ragazzino ultrasalutista, lui che è bisnonno e se gli si impicca la fidanzata si riconsola subito con la ballerina Melanie, quasi sessant’anni meno di lui. Vita e carriere, le loro, vissute sempre sul filo del tracollo, tra disgrazie, arresti, eccessi, trionfi. hanno sedotto carnalmente migliaia di donne, tra principesse, mogli di premier, attrici, cameriere, groupies. E anche qualche uomo. Hanno resistito alle pressioni di un’epoca, ben lontana da questa, in cui il rock sembrava una concreta minaccia per l’ordine sociale e per i dogmi della fede: la loro è stata la colonna sonora del ’68 come pure dei finti adoratori di Satana in doppiopetto. Hanno visto nascere e crollare regimi a cavallo di due secoli, mentre la loro musica ha continuato a battere un tempo diverso, quello "in levare" di un batterista di estrazione jazz come Charlie Watts, il vero motore della band. Che Mick & Keith conquistino il Palatino (mentre Ron Wood ha fatto una capatina al Colosseo) è, in fondo, una conseguenza dell’inevitabilità della Storia. Possono giocarsela con Nerone o Caligola, concedendo al massimo una linguaccia a quei potenti di stagione che affolleranno la tribuna vip, da Marchionne a Renzi a chissà chi altro. Hanno - bontà loro - indetto pure un referendum online affinché il pubblico (come ad ogni show) decida una canzone della scaletta. A Roma l’opzione è fra "Respectable", "Loving Cup", "If You Can't Rock Me", "When The Whip Comes Down", "Ain't Too Proud To Beg" e "Sweet Virginia". Qualunque sarà la prescelta, si tratterà del frammento di una leggenda che si avvia all’eternità. It’s only rock’n’roll, ma provate a negarne la grandezza.

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