NELLE età che tarde e lente ci passar sul groppone, sono assai pochi i grandi avvenimenti di questo secolo di cui non siamo stati testimoni, spesso conoscendone poi in qualche modo i protagonisti, vincitori o vinti che ne fossero stati. Il ricordo che ne serbiamo rigalleggia di quando in quando dal fondo della nostra memoria, con i sentimenti che provocarono in noi, ora tristi ora lieti, di volta a volta esaltanti o portatori di profonda depressione (...). Ogni traccia degli sdegni e dei timori che avevano inteso avvampare o raggelare l’animo nostro nella lunga vigilia, era scomparso dai nostri volti; come dai volti delle masse entusiaste che affollavano piazze e strade della Capitale, tra un festoso agitare di bandiere e un issare di cartelloni che davano il benvenuto ai liberatori. Anche la natura pareva quel giorno partecipare di quel grande tripudio umano(...). Questo lo spettacolo che presentava Roma capitale - la prima capitale che gli angloamericani avevano liberato - quel 5 giugno del 1944.(...) Le truppe angloamericane erano in verità arrivate la sera precedente, il 4 giugno, poco prima della mezzanotte; e il loro primo incontro con la popolazione era già avvenuto (...). UN BINOCOLO NASCOSTO Noi ci eravamo già più volte, armati di un binocolo tenuto ben nascosto sotto il leggero «spolverino» della mezza stagione, per recarci a villa Wurst, sul Gianicolo, a vedere le ultime fiammate della battaglia che era ancora accesa al di là di Velletri. Per vedere le retroguardie tedesche impegnate nel tentativo di ritardare l'avanzata degli angloamericani non c’era osservatorio migliore. Il pomeriggio di quel 4 giugno c’eravamo poi trasferiti sulla via Casilina per assistere alla ritirata dei soldati di Kesselring(...). Attardatici a vedere gli ultimi nuclei di soldati nazisti che abbandonavano Roma, quella sera del 4 giugno arrivammo tardi all’appuntamento che avevamo preso, col gruppetto di clandestini che si erano nascosti - per lavorare in casa di Franco Libonati, già nostro collega in giornalismo, poi valoroso avvocato penalista, carissimo amico di sempre (...). Noi intendevamo preparare un giornale nuovo, il Risorgimento liberale, che era già stato stampato e diffuso di sotterfugio in piccolo formato, ma questa volta sarebbe comparso in edicola quando le truppe angloamericane fossero arrivate a Roma. C’erano in quel raduno l’impareggiabile Mario Ferrara, maestro di giornalismo e di vita di tutti noi, Mario Pannunzio, Domenico Bartoli, Manlio Lupinacci, destinato ad altre posizioni nel giornalismo dell’Italia liberata (...). Il programma era di lavorare tutta la notte, riposandoci magari sui divani del salotto quando ne avessimo avuto bisogno. All’alba, non appena arrivati i liberatori, saremmo usciti a portare tutto il materiale al Giornale d’Italia dove avremmo trovato i tipografi pronti a comporre e a stampare. Le cose però andarono diversamente. Verso la mezzanotte, attraverso le persiane semichiuse, salirono a noi voci di gente che urlava festante: «Eccoli, eccoli sono arrivati»! Nella oscurità della notte scorgemmo uomini e donne che si dirigevano esultanti verso l’angolo nord di piazza di Spagna, davanti all’Albergo delle Palme, a ridosso del quale ci sembrò di scorgere una formazione militare raccolta in bell’ordine, ma immobile quasi montasse la guardia alla piazza o all’albergo. Interrompemmo allora il lavoro e ci precipitammo nella piazza. Effettivamente tra via del Bottino (quella che ora porta alla stazione della metropolitana), e la salita di San Sebastianello, era fermo un battaglione di soldati canadesi, al collo dei quali erano aggrappate donne e ragazze - qualcuna in verità dall’aspetto piuttosto equivoco - per poter arrivare a sbaciucchiarli teneramente gratificandoli di tenere espressioni: «Benvenuti, welcome, era tanto che vi aspettavamo, perché ci avete fatto aspettare tanto?». La folla si infittiva, i festeggiati davano segni di crescente disagio, a un certo punto degli ufficiali si fecero avanti e intimarono a tutti noi di allontanarsi. Poi, cos’è cosa non è, quei soldati cominciarono a scaricare i loro fucili mitragliatori, con la canna volta in basso, quasi che ce l’avessero con le aiuole che stavano davanti a loro, e col selciato prendendo a bersaglio il tratto che va all’imbocco di via della Croce. Di fronte a quell'inatteso e inesplicabile epilogo del nostro primo incontro con i liberatori non ci restò che cercare salvezza nella fuga. Ce la dammo tutti a gambe levate, per ritrovarci poi nel portone di casa Libonato, dove ci affrettammo a concludere il nostro lavoro. UN’ALBA RADIOSA L’indomani però era tutt’altra cosa, e fin dall’alba la città aveva assunto l’aspetto radioso che abbiamo tentato di descrivere. Colpiva, nel movimentato panorama della grande festa, il numero di automobili e veicoli vari che giravano per la città fasciati di grandi bandiere tricolori accoppiate alla bandiera rossa e alle falci e i martelli del PCI (...). Portammo il materiale di Risorgimento liberale al Giornale d’Italia che si stampava a palazzo Sciarra, e tutto andò bene. Ma uscendo dal giornale sentimmo clamori di battimani che in piazza Colonna accoglievano un discorso pronunciato da un uomo di cui ci parve di conoscere la voce e le cadenze oratorie. Era proprio così. Dal terrazzo di palazzo Wedekind parlava alla folla l’on. Ivanoe Bonomi, già presidente del consiglio dopo la caduta dell’ultimo ministero Giolitti, ora presidente del Comitato di liberazione nazionale. Discorso pieno di saggezza: esortazioni a lavorare per la continuazione della guerra fino alla totale liberazione d’Italia, nessun cedimento alla tentazione di vendette personali, unità e fraternità nella libertà e nella democrazia recuperate. Aspettammo la fine del discorso, naturalmente applauditissimo, poi cercammo di raggiungere l’oratore(...). Perché avvertiti dall’impareggiabile amico di sempre Armando Rossini sapevamo già che dopo qualche giorno Bonomi sarebbe divenuto il primo presidente del consiglio dell’Italia liberata, Rossinii il suo capo ufficio stampa, e noi avremmo dovuto curare le trasmissioni radio del governo italiano, per il quarto d’ora serale che gli angloamericani - già insidiatisi a via Teulada, sede dell'Eiar - avrebbero messo a sua disposizione. Fu dopo quell’incontro che ci recammo in Campidoglio a salutare il generale Roberto Bencivenga, insediato clandestinamente dal generale Clark dando corso pubblico a una nomina già decisa nella clandestinità come governatore della Capitale liberata. In Campidoglio trovammo qualche difficoltà ma la superammo. E potemmo così abbracciare l’eroico comandante della Brigata «Aosta», che era stato presidente della Associazione e della Federazione della Stampa, e come «picciotto» avevamo seguito a Palermo allorché - al congresso del settembre 1924, i giornalisti italiani combatterono una bella e coraggiosa battaglia in difesa della libertà della stampa, già scalfita dai decreti Federzoni e dall’art. 3 della legge comunale secondo l’interpretazione del prefetto di Roma. Bella e coraggiosa battaglia quella d’allora ma inutile. I sequestri continuarono a infierire sempre più duramente sui giornali; e con la legge del ’26 le redazioni dei giornali furono trasformate in prefetture uno dei primi giornali liberi era stato, dopo quasi un ventennio, quello che avevamo già portato a stampare noi, quella mattina, nella tipografia del Giornale d’Italia.
Vi aspettavamo da tanto. Welcome nella Capitale
di Enrico Mattei