Il mal di pancia all’Opera non finisce mai. Dopo la colite dell’orchestra che ha tenuto col fiato sospeso sino alla vigilia della Manon, il contagio sembra essere ora passato al corpo di ballo, da sempre anello fragile delle Fondazioni liriche in Italia. Attualmente la compagnia romana, diretta da Van Hoecke, può contare su una già esigua pianta organica di 70 elementi, di cui solo la metà coperta da danzatori stabili. Una quantità irrisoria se paragonata alle 200 unità dei Teatri di Mosca e Pietroburgo, alle 150 unità di Parigi, alle 100 di Budapest, alle 90 di Berlino, Vienna, Londra e Copenaghen. In Italia solo alla compagnia di un ente lirico era possibile sinora cimentarsi col grande repertorio ballettistico (da Giselle a Romeo e Giulietta passando per il trittico di Ciaikovky). Sembra invece che l’operazione smantellamento, già da tempo altrove perpetrata, sia ora in via di attuazione anche a Roma. Il neosovrintendente Fuortes ha difatti inviato in blocco una lettera di dimissione dal lavoro a ben 24 ballerini, cui non solo è stato negato lo scivolo verso l’età pensionabile ma anche il preavviso di quattro mesi previsto dal contratto nazionale di lavoro. Così i bravi cigni dell’Opera, che avevano rifiutato lo sciopero per il Lago accettando di ballare anche su una base registrata (con proteste dell’Orchestra), si trovano ora con le ali tarpate. L’età pensionabile per i tersicorei è scesa negli ultimi tempi tra i 52 e i 46 anni con possibilità di trattenersi sino al raggiungimento della pensione da parte di chi era già nei ranghi prima dell’entrata in vigore della legge Fornero, che ora viene usata retroattivamente tra le proteste e conseguenti onerosi contenziosi. Si lamentano invece produzioni faraoniche come la Didone di Caracalla (solo 8 mila euro di incasso a fronte di una spesa di circa 600 mila euro) o il Rienzi dai costi elevati ma con poco riscontro di biglietteria o la sciagurata sostituzione dell’ allestimento del Romeo e Giulietta di Cranko di proprietà del Teatro con un’altra versione che ha triplicato i costi. Molti così, dopo oltre venti anni di carriera, si trovano improvvisamente a casa senza poter contare per diversi mesi neppure su uno straccio di pensione. E non si sa proprio con quali e quanti ballerini si affronteranno in maggio La bella addormentata o a Caracalla il Lago dei cigni . Disinnescata la miccia dell’orchestra, ora il cerino acceso passa in mano ai danzatori. Anche in questo caso si finisce col far pagare ai lavoratori la scarsa produttività dovuta ad una programmazione miope, ad una incapacità organizzativa oltre che all’assenza di un secondo palco adeguato per le prove. Ci attendono dunque tempi bui in cui dovremo forse accontentarci di ballettonzoli da camera, con pochi ballerini in scena.
Adesso l’Opera rischia di restare senza ballerini
Il mal di pancia all’Opera non finisce mai. Dopo la colite dell’orchestra che ha tenuto col fiato sospeso sino alla vigilia della Manon, il contagio sembra essere ora passato al corpo di ballo, da...
