Giorni fa, al Sundance Film festival, gli avevano chiesto se credesse nella felicità. Philip Seymour Hoffman aveva tirato giù uno di quei suoi sorrisi in maschera, un ghigno che significava «forse». Mentiva, o aveva un’idea tutta sua di come raggiungere uno stato d’animo almeno pacificato. L’hanno trovato morto in una pigra domenica mattina newyorchese nel suo appartamento del Village, al quarto piano di 35 Bethune Street. L’amico sceneggiatore David Katz ne ha scoperto il corpo - vestito - in bagno. Hoffman, 46 anni vissuti tormentosamente, aveva un ago ipodermico ancora infilato nel braccio, c’era eroina in giro e malgrado la polizia ci vada sempre cauta prima di emettere una "death cause", è chiaro che il divo di Hollywood la felicità ha continuato a cercarla con quei veleni. Per una dannata beffa virtuale, sabato circolavano voci sulla sua morte. Una bufala trasformatasi in una premonizione. Non ce l’ha mai fatta, a tapparsi le orecchie davanti al richiamo di quella sirena assassina: nel 2006, al tempo in cui poteva godersi l’Oscar per la sua sontuosa interpretazione di Capote , era entrato in riabilitazione per combattere la "scimmia sulla schiena" e la dipendenza dall’alcool. Aveva cominciato a bere e a flirtare con la "roba" - pillole prima delle siringhe - già nel 1989, quando si era laureato in arte drammatica alla New York University e aveva preso a calcare le scene dei teatri, dietro incoraggiamento di una mamma da lui descritta come «straordinariamente intelligente», però obliquamente edipica. Philip si industriò a recitare per fare colpo sulle ragazze, «e mi divertiva andare fino in teatro in bicicletta, ma pensavo la cosa finisse lì». Invece lì intraprese un percorso di attore straordinariamente dotato, il suo simulacro mirabilmente camaleontico dietro una sensibilità di «giovane ombroso e mercuriale, perché quando hai quell’età sei tutto o niente», diceva di sé stesso. La scimmia gli girava intorno, offrendogli bottiglie da bere, pasticche da ingoiare e fiale da inocularsi. A Hoffman non bastava il plauso del pubblico e della critica sin dalla sua apparizione, nel ’92, nella riedizione americana di Profumo di donna , e via via in pellicole di prestigio come Boogie Nights , Il Grande Lebowski , Magnolia , Il talento di Mr. Ripley , Quasi famosi , Ubriaco d’amore , Red Dragon , La 25ma ora . Nel 2000 aveva anche stretto tra le mani un Tony Award come miglior attore teatrale dell’anno. Altre tre nomination all’Oscar per The master, La guerra di Charlie Wilson , Il dubbio . Niente. La scimmia continuava a ridergli dietro, a fargli credere che quel suo corpaccione da americano comune, uno di quelli che potresti incontrare in ogni bar della sterminata provincia del midwest, fosse sottilmente inadeguato allo status di superstar. Insomma, le ragazze si appendevano i poster di Leo, Tom, Brad: chi mai ne avrebbe voluto uno di Philip? Così beveva e si faceva. Ma quanto?, gli chiedevano una volta che si era apparentemente ripulito: «Di tutto, ero un ragazzo e non mi interessava moderarmi». Poi faceva una pausa: «Ma ancora adesso... Beh, non so se fosse solo una fase della vita, malgrado sia passato tutto questo tempo. Devo accettare di essere fatto così. È ancora tangibile, feroce, l’idea di non frenarsi». Non gli è bastata l’opzione di una serenità familiare con la costumista Mimi O’Donnell, che le ha regalato tre figlie. E quanto a divertirsi sul set, fulminava chi glielo ipotizzava: «Scherzate? Per interpretare Capote ho dovuto insegnare al mio corpo a muoversi in modo diverso. Ero pieno di dolori. Ora mi chiedo: è questa la vita che volevo? E se non lo è, cosa sarà di me una volta che smetterò di fare l’attore?». Non ha fatto in tempo a rispondersi. Ci rimane l’ultima apparizione nel blockbuster Hunger Games-Catching Fire , di cui stava girando anche il terzo episodio. Era pronto a tornare anche dietro la macchina da presa dopo Jake goes boating del 2010: avrebbe diretto Jake Gyllenhall e Amy Adams in Ezekiel Moss . Ma la scimmia gli ha berciato in faccia, in una domenica mattina nel Village.
Un ago nel braccio. Addio Hoffman
Il divo morto per overdose a Manhattan. Diceva: «Se credo nella felicità? Chissà»
