Spettacoli Tv

Milos Jancsó e le visioni della sua Ungheria

di Gian Luigi Rondi Milos Jancsó, scomparso due giorni fa a 94 anni era stato, fra i Sessanta e gli Ottanta, il capostipite di quello che si stava definendo "il nuovo cinema ungherese". Sostenuto,...

Milos Jancsó, scomparso due giorni fa a 94 anni era stato, fra i Sessanta e gli Ottanta, il capostipite di quello che si stava definendo "il nuovo cinema ungherese". Sostenuto, nelle strutture statali di quegli anni, da un dirigente illuminato, István Dosái, con i suoi balletti, le sue musiche, le sue predilezioni per un'epica che trascendeva la cronaca, riuscì sempre a tenersi lontano dal "realismo socialista" allora imperante nel suo Paese, a cominciare perfino dai temi. Intanto, agli inizi, con la trilogia degli oppressi dal potere, "I disperati di Sandór" (1965), "L'armata a cavallo" (1967), "Silenzio e grido" (1968). Poi, dal 1970, con una serie di film in cui, continuando il suo discorso contro il potere, affrontava anche quello della rivoluzione in cui, quando non tiranneggiava, aveva creduto: "Agnus Dei" (1970), "Salmo rosso" (1971) e soprattutto "Elettra amore mio" (1974). Qui, rifacendosi al mito degli Atridi, anziché, come di consueto, a proprio soggetto, affrontava il dilemma della storia del suo Paese, politica compresa, sublimando il suo abituale linguaggio in coreografie e pantomime e risolvendo la rappresentazione unicamente con dieci "piani sequenza" da seguirsi anche quando i temi, spesso fitti di allegorie, erano difficili da decriptarsi. Poi, dopo una lunga permanenza in Italia che, insieme con la sceneggiatrice e regista Giovanna Gagliardo, gli fece realizzare film come "La pacifista" (1970, "La tecnica e il rito" (1971), "Roma rivuole Cesare" (1973), affrontò, sempre in Italia, ma con una coproduzione iugoslava, addirittura la tragedia di Mayerling: nelle sue consuete cifre di balletto, ma con il potere, questa volta, rappresentato da Francesco Giuseppe e la rivolta dell'arciduca Rodolfo. Una favola costruita sulla Storia, con uno scontro padre-figlio che perpetuava con colori forti le sue continue ricerche simboliche e ideologiche. Seguirono, di nuovo in Ungheria, due film straordinari, "Rapsodia ungherese" e "Allegro barbaro" in cui tutti i personaggi, amici e nemici, ricchi e poveri, contadini e militari, ballavano, suonavano, cantavano. Non erano ormai, però, coreografie fini a se stesse, né musiche solo esornative. Il ballo era racconto: il suo ritmo era la struttura stessa dei drammi che rappresentava, per un verso era coro e, per un altro, era illustrazione diretta delle psicologie individuali. Con invenzioni visive, accorgimenti tecnici, trovate scenografiche che ad ogni istante si imponevano per la loro suggestione. Mentre la macchina da presa inseguiva i personaggi o coinvolgendoli in gruppi o costringendoli a degli "a solo" spesso concitati, e la costruzione narrativa frattanto scorreva veloce, con un gusto per l'ellissi e le stilizzazioni che favoriva, in chi guardava, ogni possibile gioco dell'immaginato, senza smarrire un solo istante l'eleganza figurativa e l'armonia rigorosa dei segni. Ma eccoci, alla fine degli Ottanta, al film più pessimista di Jancsó, "La stagione dei mostri" (1987) che, senza alcuna reticenza, era indicata come la nostra di quegli anni. Si partiva da un fatto di cronaca in riva a un lago per farci assist ere ad eventi singolari in cui fra nebbie autentiche (e simboliche) il mondo e la ragione si perdevano. Da qui i "mostri". Visti da uno sguardo che continuava ad essere creativo, visionario, traboccante di fantasie. Con immagini sontuose ed insieme rarefatte, terse eppur crepuscolari, incantate ma anche aride, tremende, gravate da incubi, e con quelle tecniche tutte affidate ai famosi "piani sequenza" (di Jancsó ma anche di Antonioni) che aiutavano a seguire i personaggi senza mai perderli di vista. Perpetuando la grandezza narrativa e stilistica di un autore che continuava a dover loro di imporsi con accensioni affascinanti. Di recente aveva realizzato dei nuovi film, sempre in Ungheria ("Dio cammina a ritroso", "Il Valzer del Danubio blu"), ma anche se in Italia non si sono visti, la conoscenza di tutti gli altri mi basta per poter considerare Jancsó, nel momento triste del commiato, l'autore più rappresentativo del cinema ungherese del Novecento. E anche un Grande fra i Grandi del cinema europeo.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.