La crisi economica ha fatto sentire i propri nefasti effetti anche sul comparto culturale, inducendo gli italiani a ridurre la spesa in cultura, esattamente come il governo ha ridotto i trasferimenti al comparto, che ammontano, per il 2012, allo 0,1% del PIL. Nel 2012, dopo anni di continua e significativa crescita, i consumi culturali sono crollati del 4,4%, e tutti gli indicatori sono tornati ai livelli del 2002: -8,2% per il teatro; -7,3% per il cinema; -8,7% per i concerti; -5,7% per musei e mostre. In generale, la partecipazione culturale dei cittadini è diminuita dell’11,8%; rispetto ad una media europea del 18% di partecipazione assidua, l’Italia fa segnare un indice dell’8%. Ai dati allarmanti contenuti nel Rapporto annuale di Federculture del 2013 si aggiunge la nota parsimonia con cui lo Stato contribuisce al settore, atteso che il budget per il MIBAC ha perso 1.3 miliardi di euro dal 2008, e che le risorse complessivamente ad esso destinate, cui è accorpato anche il turismo, ammontano a circa 1,5 miliardi. Peraltro, quel poco che viene dato, come detto, lo 0,1% del PIL che lo Stato destina al MIBAC, che poi redistribuisce alle periferie, non viene speso, per motivi burocratici, per intoppi vari, per difficoltà di utilizzazione delle risorse. I residui passivi della gestione territoriale, infatti, si aggirano, ancora nel 2012, dal 44% al 51%, nel caso di Pompei. Nel nostro Paese manca la consapevolezza che la cultura è uno dei pochi asset competitivi su cui vale la pena investire, e questo si manifesta in tanti aspetti, a cominciare dall’assenza di una politica in favore del mecenatismo culturale, che renda attrattivo l’investimento. Questo limite ha indotto a preferire lo strumento della sponsorizzazione, che certamente offre alcuni vantaggi, ma presenta anche dei limiti, quali la sua inapplicabilità ai privati, che non potrebbero fruire di alcun beneficio fiscale; il fatto di essere gravato di IVA; il fatto di soffrire di incertezze interpretative, come, da ultimo, quella sulla piena deducibilità della spesa, fino a qualche tempo fa pacifica, laddove essa veniva equiparata come pubblicità, ma che una recente pronuncia della Cassazione ha messo in dubbio, qualificando le spese di sponsorizzazione come spese di rappresentanza. Più che sulla sponsorizzazione, allora, personalmente da tempo sostengo che occorra puntare sulla valorizzazione del privato, in particolare di quello non profit, attraverso l’incentivazione del mecenatismo culturale. Anche sulla leva fiscale bisognerebbe intervenire, ma non tanto nel senso di introdurre nuove previsione premiali, quanto nel rivisitare le forme attuali, dando ad esse maggiore chiarezza, incisività, e semplicità nell’applicazione. Per far sì che la cultura possa concorrere a portare il Paese fuori dalla crisi, anche lo Stato deve fare la sua parte, che resta fondamentale e insostituibile, non solo aumentando le risorse dedicate, ma anche con il consentire una governance che attiri soggetti privati, ma soprattutto, il privato sociale, che già in grande misura concorre a sostenere anche altri comparti strategici e di vitale importanza per il welfare, lasciando loro la capacità di gestire e di operare liberamente, pur nel quadro di indicazioni di interesse collettivo definite dalla Pubblica Amministrazione. Più che di sponsor, pur certamente sempre bene accetti, il comparto ha, dunque, bisogno di bravi e nuovi gestori, che sappiano elaborare un budget, dirigere un’impresa culturale, curarne il bilancio e la contabilità, individuare fonti supplementari di finanziamento, orientarsi nel mercato internazionale dell’arte. Diamo vita, dunque, ad un nuovo patto tra tutti i protagonisti, che abbia come fine quello di dare slancio a quel lievito del saper fare italiano, della capacità unica di coniugare bellezza, creatività, funzionalità, e che lasci maggior spazio al privato non profit, in modo da dare finalmente attuazione al principio di sussidiarietà sancito dall’art.118 della Costituzione. Perché sostenere la cultura e chi a favore di essa si prodiga a qualsiasi titolo, fa bene alla persona, la fa crescere in consapevolezza della propria identità e nel dialogo e confronto con le altre culture, fa bene agli operatori pubblici e privati, fa bene soprattutto all’Italia.
Per salvare i musei spazio ai privati
L'intervento di Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma
