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Storaro: il mio cinema tra luce e passione

Il Maestro sceglie 150 film dei più grandi direttori di fotografia

Sarà presentato, oggi alle 11, nella Sala della Protomoteca del Campidoglio il libro «L’Arte della Cinematografia» (edito da Skira/ Aurea, 300 pagine, 80 euro). Un omaggio a 150 autori della fotografia cinematografica che hanno realizzato tanti capolavori della Storia del cinema nell’arco di un secolo. Il libro, bilingue (italiano e inglese), scritto da Bob Fisher e Lorenzo Codelli, è illustrato dalle immagini realizzate da Vittorio Storaro in doppia visione dei 150 film, simboli dei vari autori. Dopo il saluto del sindaco di Roma, Ignazio Marino, interverranno Marco Girella, Goffredo Bettini, Vittorio Storaro, Luciano Tovoli, Lorenzo Codelli, Gabriele Lucci, Daniele Nannuzzi e Francesco Cara, alla presenza di numerose personalità del mondo della cultura. Maestro Storaro, qual è la genesi di questo volume? «Tutto nasce da una mia riflessione, mentre stavo realizzando il progetto sull’infanzia di Maometto, in Iran: facevo quello che amavo fare, un film epico, classico e spirituale. Di questo devo ringraziare mio padre, che mi ha spinto verso questa professione, i miei maestri, ma soprattutto coloro che mi hanno preceduto. Se non ci fossero stati loro, con opere che mi hanno fatto sognare e mi hanno insegnato il cinema, non sarei mai arrivato a tanto. Così, ho chiamato Tovoli e con lui abbiamo individuato dei personaggi, non come storici nè come critici, ma come maestri di luce che ricordano quanti ci hanno ispirati». In questo fil rouge dettato dall’emozione, quali sono stati i film e gli autori che l’hanno colpita di più? «Ogni autore è legato ad un suo film simbolo: non è un dizionario dei migliori ma di coloro che ci hanno emozionato di più. A scriverne abbiamo chiamato l’americano Fisher e poi il critico Codelli che ha una conoscenza più approfondita del ’900 europeo. Il periodo che abbiamo preso in esame parte dal 1913 con «Cabiria» e finisce nel 2012 con «Anonymus». Ho messo insieme 150 foto di scena e ognuna è formata da altre due foto, in una doppia visione che crea una nuova immagine realizzata da me». Qual è il film che la rappresenta meglio? «Ho scelto "Novecento" di Bertolucci, il suo film più epico che raccoglie la visione dei primi film che ho fatto con lui: "La strategia del ragno", "Il conformista" e "Ultimo tango a Parigi". Mentre Tovoli per rappresentarsi ha scelto "Suspiria" di Argento. Con noi ha collaborato anche Lucci. Sulla copertina c’è Marlon Brando in "Apocalypse", che ricorda la mia sequenza con l’uso della luce e dell’ombra: Brando appare come un mosaico, pezzo dopo pezzo, a denunciare l’orrore della guerra. Fu una mia idea personale che Coppola condivise subito e mi ispirai alla "Vocazione di San Matteo" del Caravaggio». Quali pellicole l’hanno formata in modo decisivo? «Il primo film che vidi da bambino, "City Light" di Caplin, con la fotografia di Roland Totheroh: mio padre, che faceva il proiezionista, lo proiettò sul muro del giardino di casa. E poi, "Metropolis" di Lang, "Via col vento" che mi regalò l’emozione del colore. E ancora, "Ivan il terribile" con una fantastica teoria di colori; "La valle dell’Eden" di Kazan con l’utilizzo dei primi cinemascope; "8 e mezzo" di Fellini; "2001 Odissea nello spazio" di Kubrick; "Il padrino" e tanti altri. Nel libro ci sono 149 autori maschili che hanno usato la tecnica analogica, mentre l’ultima è un’autrice, Anna Foerster, che ha usato il digitale in "Anonymus" di Emmerich. Come dire, il futuro del cinema è donna e in digitale. Nel volume c’è in omaggio il dvd di Daniele Nannuzzi che ha realizzato un montaggio artistico di tutti i 150 film da noi scelti, con la colonna sonora di Francesco Cara». Cosa pensa del cinema italiano di oggi? «Sono felice per Sorrentino: "La grande bellezza" è un bel film e lui con Tornatore sono le firme migliori del nostro cinema. Gli auguro di vincere l’Oscar e gli consiglio di avere accanto un cardiologo, perché l’emozione è tantissima. Il cinema italiano è in buona salute grazie alle commedie, ma i grandi autori sono pochissimi, mentre negli anni ’70 ce ne erano almeno 50. Il calo della cultura è evidente e non solo nel cinema: il pubblico va a vedere Zalone e i produttori pensano a fare soldi con quel genere e basta. Io, come Morricone, Canonero e Ferretti, siamo chiamati a lavorare all’estero, perché qui non si trovano più film di qualità. Molta responsabilità è dei politici, che continuano ad alzarsi gli stipendi, mentre il nostro petrolio, fatto di patrimoni artistici come Pompei o gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, vanno deteriorandosi. I nostri politici spendono più di qualsiasi altro Paese, anche più potente, come l’America o la Gran Bretagna, mentre l’Accademia delle Immagini de L’Aquila è inagibile e i ragazzi non hanno più un luogo di formazione».

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