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di MONIA GIANNETTI QUATTRO bambini.

È il nuovo libro di Neil Jordan «Ombre» (Fazi, 300 pagine, 13.50 euro), che torna a scrivere dopo dieci anni dedicati al cinema e a film indimenticati e indimenticabili come «Michael Collins», «Intervista col vampiro» ma soprattutto «La moglie del soldato», per il quale ha vinto un Oscar. E l'incipit di quest'ultimo libro è uno di quelli che non si possono disperdere nell'oblio. «Mi ricordo benissimo il giorno che sono morta», sospira Nina Hardy, perché i defunti non proferiscono parole umane, sussurrano. E il racconto di Nina ha i caratteri della tragicità più disperata. E cosa c'è di più tragico se non morire per mano di un amico di infanzia? Così inizia il libro e, poi, prosegue, anzi, va a ritroso negli anni raccontando la storia di Nina bambina solitaria e della sua amica invisibile, Hester. Sarà l'incontro con i due bambini al di là del fiume, Janie e George, a sottrarla ad un mondo fatto di fantasie e a sancire la morte di quella bambola di stoffa che sarà dispersa nel fiume. Ai tre si unisce presto il fratellastro di Nina, Gregory, ma dopo quel primo incontro per loro non sarà più niente come prima. Tra i quattro bambini si instaura una relazione morbosa fatta di amicizia e sensualità, ma è soprattutto tra la piccola Nina e Gregory che il rapporto si sublima e si spinge su un terreno dove nulla è più lecito. Lo specchio di questo esclusivo rapporto a due è George, che si innamora perdutamente di Nina e finisce in un baratro da cui non si risolleverà mai più. Un equilibrio delicatissimo che solo la guerra riuscirà a stravolgere. Janie, destinata a muoversi nell'ombra degli altri tre personaggi, diventerà insegnante. Nina, nonostante il disappunto dei genitori, calcherà le scene dei teatri inglesi ed irlandesi. George e Gregory partiranno per il fronte, un'esperienza che segnerà per sempre le loro vite. Romanzo sui "se" e su ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. Racconto di un destino disperato e inevitabile, dove la morte è catartica e diventa conditio sine qua non per capire i perché della vita. E se nel suo film, forse il più bello, «La moglie del soldato», il regista Jordan immagina le possibilità ambigue dell'amore, dove il protagonista in un percorso lacerante mette in discussione la propria identità politica, razziale e sessuale, qui lo scrittore ci aiuta a comprendere le ragioni di un omicidio. Come nel film, anche questa volta vittima e carnefice si confondono, non si tradiscono. E, se solo avesse potuto, Nina forse avrebbe stretto a se il suo carnefice, avrebbe pianto con lui, come avrebbe voluto fare con quel figlio mai nato.

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